Tratto da: Giornale di Sicilia, 23/01/2002; Patrizia Abbate, Scidà prende la parola “la virtu’ di sapere dire no”

All’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2002, Giambattista Scidà, presidente del Tribunale per i minorenni di Catania prende la parola per riproporre l’ennesimo dolente allarme sulla crescita della criminalità. Ha parlato di ”intrigo delle competenze penali reciproche” tra le procure di Catania e di Messina; di “repressione della critica, ossia dei magistrati che critichino l’indebito corso di cose giudiziarie”. Ha parlato di sé, invitando il Csm a “non irridere, dicendola quasi ossessiva, alla serena e forte coerenza di chi non tace, mentre le ragioni della giustizia subiscono detrimento: anche se altri tacciono, colpevolmente”. Ha parlato di ”un luogo vicino a Catania”, il cui nome ”è divenuto inquietante, minaccioso, ed evoca tragiche cose”. “Ci aspettiamo uno sforzo immediato e alacre e intransigente, di recupero della verità; e l’avvento, se certi assunti siano veri, di una giustizia senza riguardi: fatta da mani che non tremino…”, ha detto Scidà. Evocando le vicende che lo vedono ‘imputato’ al Csm: ”il Consiglio non può, mentre organi giudiziari sono chiamati a intraprendere indagini in ordine a fatti attribuiti in ordine a fatti attribuiti a magistrati, proclamare che indagini non sono necessarie, in quanto già certamente infondate denunce e accuse: gettando così sul piatto del ‘no alla ricerca istruttoria’ la spada di Brenno della sua autorità; e avventurandosi in avalli imprudenti… Il Consiglio deve insomma congedarsi da prassi che, proseguite, ricorderebbero il dantesco ‘ calcare i buoni ’ (ma deboli e soli, ed estranei a correnti e a partiti e a logge)e ‘ sollevare i pravi ’ (ma forti)”. E quindi un accenno all’azione penale: “Obbligatoria o discrezionale? Falso problema – secondo Scidà. Se l’obbligatorietà è quella di oggi, non possiamo non giudicarla mendace, anche se non ci è dato di traversare il segreto che avvolge le carte, in ogni luogo. Ogni tanto casi enormi affiorano, sotto le spinte di imprevedibili sopravvenienze; bastano a farci temere che altri ne esistano, sommersi”.Scidà ha quindi espresso “una certezza e un augurio”. Ed è sembrato quasi un ‘ testamento ’ da parte del giudice alle soglie della pensione. “I giovani che vengono ad indossare la toga sapranno esercitare la virtù essenziale nel magistrato, del saper dire di no agli altri e prima che agli altri a sé stessi. Auguro loro – ha aggiunto – il privilegio di sapere avvertire in ogni circostanza com’è bello il battersi per una causa difficile, o disperata, ma che la coscienza certifica giusta. Questo privilegio io l’ho avuto”.

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