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Per domani, 5 settembre, sono previste manifestazioni davanti a tutte le Prefetture d’Italia per protestare contro i provvedimenti del ministro Gelmini, che danno un duro colpo alla scuola pubblica statale ed espellono dal lavoro decine di migliaia di insegnanti, collaboratori scolastici, personale tecnico-amministrativo.

Abbiamo già scritto che  riteniamo la scuola un settore nevralgico per lo sviluppo, non solo economico, ma anche civile e sociale, di un paese, un settore in cui investire risorse (Scuola: i tagli non finiscono mai)

Offriamo il nostro contributo dando spazio ad alcune riflessioni che ci sono pervenute.  Potrebbero essere una base di discussione.  Eccole:

Premessa: “La protesta coinvolge tutti perchè non si vuole solo difendere il proprio posto di lavoro ma il diritto ad una Scuola Pubblica Statale.”

“Partiamo dalle cose risapute, e dai numeri. Eravamo circa 200 persone nell’assemblea di ieri all’USP di Catania, altre varie centinaia di colleghi non erano presenti, ma sono direttamente interessati e non difficilmente rintracciabili. Se ognuna di queste persone riesce a coinvolgere altre persone sensibili al problema della scuola, se si contattano ed invitano a partecipare le famiglie dei ragazzi diversamente abili, il personale ATA, i colleghi di ruolo, e soprattutto i propri figli, padri e madri, riusciremo a dare, anche sul fronte mediatico, una immagine reale, fedele, dell‘interessamento sociale e della ricaduta economica della legge, del gran numero delle famiglie colpite.
Sappiamo che sono circa 1000 le cattedre in meno nella sola provincia di Catania, circa 500 i posti perduti dagli ATA. La manifestazione è l’occasione per farlo sapere (vedere) ai cittadini. È chiaro che condizione per la riuscita non è, non può più essere, l’armiamoci e partite, e che decisiva è la partecipazione di tutti, inclusi i colleghi residenti in provincia.
Tramite sms e mail, tramite telefonate e discussioni serie e appassionate si può ottenere un grande risultato, ed è ciò che primariamente va fatto.
Poi bisogna avere chiari alcuni punti.

Innanzitutto bisogna intendersi sul valore dei tanti. Sento già parlare di coinvolgere i lavoratori, le associazioni, gli studenti, e di questi, alcuni li sento proferire moniti nelle assemblee, e chiamare alla lotta, e sento parlare di bracci di ferro, di muscoli, di rivoluzionari necessari, ecc.
È così che si cominciano a disperdere le  energie e a confondere gli scopi. È così che il movimento finisce per dar voce ad altro, e per dire cose giuste e condivisibili, ma altre. Se si aggregheranno movimenti o ci mostreranno solidarietà, se altre categorie si mobiliteranno, gli scambi e le condivisioni verranno da sé, ma non bisogna troppo allargare il piano delle rivendicazioni perché perderemmo credibilità e concretezza. Cominciamo a misurare le nostre forze. Connotiamoci. Miriamo innanzitutto a vincere la ritrosità e anche l’inerzia di tanti di noi. Bisogna stringere la questione nei suoi termini e puntare sull’ingiustizia perpetrata nei riguardi di una categoria di lavoratori che si è vista d’un tratto vanificare titoli e specializzazioni e anni di servizio prestato allo Stato, o che si trova retrocessa ad affrontare sacrifici che credeva finalmente finiti. Sul conseguente impoverimento dell’offerta formativa con l’aumento del numero degli alunni per classe. Sul leso diritto dei più deboli fra i deboli, i bambini con problemi psico-fisici, che non avendo più un insegnante di sostegno, o avendolo solo per poche ore, finiranno anche per pesare sulla classe e rallentare lo svolgimento delle attività didattiche. Bisogna combattere da subito l’idea di abolire le graduatorie e di attuare ulteriori tagli, e indurre il governo a programmare un piano consistente di reclutamento, rispettoso del turn over.
Altro punto. Noi non siamo lavoratori generici, siamo lavoratori intellettuali, educatori, professionisti qualificati. Non comportiamoci nei nostri prossimi incontri come faremmo nei collegi d’ istituto (l’assemblea di ieri per parecchi è stata un collegio docenti più libero e informale). E quando scendiamo in piazza manifestiamo con l’energia della ribellione, con dignità e civismo.
Non dimentichiamo che siamo noi a insegnare alle nuove generazioni il senso della legalità, della convivenza democratica, dei diritti dell’uomo e del lavoro.
Per essere davvero incisivi bisogna chiudere definitivamente con le bandiere, gli slogans triti, i cori, i saltelli e i cortei del chiacchiericcio. E bisogna chiudere con il concetto di partecipazione come finora inteso, cioè come conta. Non bisogna correre il rischio di ideologizzare o di rendere facilmente ideologizzabile la partita (non si perda di vista la superficiale faziosità degli italiani).
Il governo, questo governo (nazionale e regionale), nell’ attuale stato dell’informazione televisiva, avrebbe buon gioco con la strumentalizzazione, conoscendo assai bene l’arte di ribaltare e di distorcere i fatti, e meglio ancora quella di insinuare o di mentire spudoratamente.
Bisogna avere molta cura che i sentimenti di indignazione, di rabbia, di umiliazione, di spinta all’azione in prima persona non vadano scemando. Bisogna dunque che si alimentino. Questo alimento non può che venire dalla chiara conoscenza della manovra governativa e delle sue implicazioni future, dalla propria convinta adesione alle ragioni della lotta e dal senso di solidarietà tra colleghi.

La maggior forza che il movimento può ora acquisire è quella derivante dal coinvolgimento delle coscienze e dall’orgoglio professionale. Non c’è idealismo o individualismo in quello che affermo, perché lo ritengo importante ora che sono tanti i soggetti coinvolti e da lungo tempo esasperati o timorosi della propria sorte, ora che il movimento è di per sé solo, numericamente, forte. Inoltre lo affermo in considerazione del fatto che la lotta potrebbe essere lunga e richiedere una resistenza tenace, e che tra nuove convocazioni e ammortizzatori sociali la protesta potrebbe rientrare nel vuoto pneumatico come è accaduto l’anno scorso.
Questo governo adotta la massima napoleonica: bene o male che faccia, non torna mai indietro.
Occorre allora focalizzare bene le questioni individuando le azioni più incisive su cui convogliare gli sforzi senza logorarsi in continue iniziative e scaramucce.

Alcune proposte:

  • documento redatto dai docenti di lettere per il recupero delle 2 ore settimanali
  • documento in cui si chiede di garantire per intero ai disabili, ove fossero certificate, le 18 ore di sostegno
  • ultimatum ai sindacati (le loro dichiarazioni pubbliche, se ben le ascoltate, mirano al contenimento della protesta, anziché al sostegno logistico, politico ed economico) e ai partiti della sinistra: o prendono inequivocabilmente e fattivamente posizione o bruceremo (chi di noi le possiede) le tessere in piazza
  • continuare il presidio pacifico dell’USP di Catania garantendo ai colleghi che si sacrificano nei turni notturni un ricambio e una condizione di permanenza civile
  • coinvolgere il più possibile i professori di ruolo, con volantinaggi nelle scuole e chiedendo ai presidi di poter esporre ai colleghi i punti cruciali della riforma
  • pensare a forme di protesta non convenzionali e più incisive

Alfredo D’Orto (docente di ruolo)

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