gelmini-serietaRiceviamo dal prof. Renato Pucci,  professore ordinario di Fisica della materia presso l’Università degli Studi di Catania, un significativo intervento che mette in luce aspettti nodali e, in genere, poco evidenziati della bozza di riforma sull’Università presentata dal ministro Gelmini.

“Molto spesso si sente dire che non si possono fare riforme a costo zero. Da questo punto di vista il disegno di legge governativo sulla riforma dell’ Università è poca cosa o zero, in quanto il testo continuamente ripete: “Dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.”

È risibile, infatti, sbandierare che eliminando alcuni “sprechi” si possa aumentare in modo significativo la competitività dei nostri atenei a livello internazionale.

È ancor più risibile pensare che si possa garantire il diritto allo studio con una manciata di borse di studio ed il prestito d’onore, senza investire in case dello studente, mense, aule, laboratori. La situazione degli studenti universitari di Catania relativamente a queste strutture è ben nota.

Da un altro punto di vista, però, la riforma Gelmini è una vera riforma, in quanto modifica radicalmente la “governance” dell’ Università, cioè chi comanda nelle università. Da ora in poi nelle Università italiane comanderanno undici persone, componenti del consiglio di amministrazione, che decideranno sull’indirizzo strategico dell’ateneo, sulla programmazione finanziaria e del personale, sull’attivazione e la soppressione dei corsi di studio e sedi …, cioè su tutti gli aspetti più importanti della vita universitaria. Questi componenti, tranne il rettore e la rappresentanza degli studenti, non saranno eletti dal personale dell’Università, ma saranno designati o scelti. Spetta agli statuti degli atenei stabilire le modalità di questa designazione o scelta. Non c’è bisogno di essere profeti per prevedere che si troveranno dei meccanismi che permetteranno al rettore di individuare le persone più “gradite”.

Egli diventerà quindi un monarca assoluto per sei o otto anni. Il senato accademico, che sino ad ora ha limitato il suo potere, esprimerà solo dei pareri. Ciliegina sulla torta: dei magnifici undici, almeno cinque non devono appartenere ai ruoli dell’ateneo.

Probabilmente, come aveva dichiarato la Gelmini in un precedente documento, questi componenti saranno rappresentati dagli stakeholders, cioè dai finanziatori dell’Università: primo fra tutti un rappresentante del Ministro, poi un rappresentante degli enti locali, della Confindustria, e così via. La riforma presentata trasforma le Università in aziende, che saranno gestite da interessi partitici ed economici. Non a caso questa riforma è in sintonia con le richieste avanzate da Marcegaglia, presidente della Confindustria. Si abbandona il processo avviato da Ruberti sull’autonomia delle Università, ma soprattutto si abbandona il progetto che le Università siano centri di sviluppo non solo economico, ma anche culturale e sociale del Paese.gelmini-acquisti

Non si vuole qui dire che le Università debbano esimersi dalla valutazione, anzi, si richiede una valutazione sempre più seria che non sia basata sulla “produttività” relativa a quanti studenti si sfornano, a quanto si riesce a ridurre la spesa per il personale docente e non docente, ma che valorizzi la bontà dei programmi di studio, la rilevanza delle pubblicazioni scientifiche, nel rispetto del principio di autonomia didattica e di ricerca. Certo, questo tipo di valutazione è più difficile da effettuare, ma è l’unico che possa stimolare un aumento della qualità della formazione e della ricerca.

Si osserva inoltre che la drastica diminuzione del numero dei docenti, in connessione con un mancato sviluppo degli enti di ricerca, farà diminuire fortemente le attività di ricerca in Italia, l’unico Paese credo dove si limita il turn over, cioè la possibilità di sostituire i docenti che vanno in pensione. Il prossimo anno nel Dipartimento di Fisica e Astronomia della nostra Università andranno in pensione nove docenti, di cui sette ordinari, e forse arriverà un posto di ricercatore.

L’ultimo commento che vorrei fare riguarda il riordino della docenza. Mentre mi sembra positivo aver abolito il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato, il che porta ad un accorciamento della carriera, ed all’abolizione della fittizia distinzione tra ricercatori di ruolo e professori associati, resto perplesso sulla effettiva possibilità che avranno i ricercatori “a tempo determinato” di accedere al ruolo di professore associato.

Ritengo inoltre che il riscoperto meccanismo dell’abilitazione, congiunto con le altre norme introdotte dalla proposta di legge, non modifichi di fatto la situazione attuale, anzi dia più potere ai professori ordinari, che diventeranno sempre meno numerosi in assoluto e rispetto agli altri docenti, e gestiranno i concorsi a loro piacimento. L’unico correttivo possibile, come avviene all’estero, è proporzionare i finanziamenti alla valutazione, fatta nei termini accennati precedentemente. Da questo punto di vista, ritengo positiva la nascita dell’Agenzia Nazionale della Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR), se saprà ispirarsi a criteri accettati in campo internazionale e saprà valorizzare la responsabilità del mondo universitario, senza cedere a pressioni di tipo economico o politico, tenendo ben presente che la conoscenza non può essere a vantaggio di questo o di quello, ma deve essere a vantaggio dell’intera umanità.

Io ho la speranza che le Università italiane, se opportunamente aiutate e non mortificate, saranno capaci di indicare alla nostra società quali siano i valori da perseguire, capaci di insegnare a non aver paura di conoscere.”redazione-argo

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