sudIn 20 anni la politica tedesca ha ridotto del 50% il divario tra Germania dell’Est e Germania dell’Ovest; in Italia, dopo 150 dall’unità d’Italia, il divario nord-sud non è diminuito, anzi: “a differenza delle altre regioni europee in ritardo di sviluppo che tendono a convergere verso la media dell’area, il mezzogiorno non recupera terreno”. A dirlo è stato il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al convegno “Il mezzogiorno e la politica economica dell’Italia”, nel quale sono stati presentati i risultati di una ricerca, durata 2 anni, a cura del centro studi della Banca d’Italia. In essa si sottolinea il peso della criminalità organizzata, che “infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia tra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile”.

Ma le responsabilità del mancato sviluppo non sono tutte riconducibili alla presenza della criminalità organizzata. Draghi evidenzia “scarti allarmanti di qualità fra Centro Nord e Mezzogiorno nell’istruzione, nella giustizia civile, nella sanità, negli asili, nell’assistenza sociale, nel trasporto locale, nella gestione dei rifiuti, nella distribuzione idrica. In più casi – emblematico è quello della sanità – il divario deriva chiaramente dalla minore efficienza del servizio reso, non da una carenza di spesa. Svolgere un’attività produttiva in Italia è spesso più difficile che altrove, anche per la minore efficacia della Pubblica amministrazione”; esprime perplessità circa la politica dei sussidi alle imprese, capace di incentivare solo investimenti che sarebbero stati ugualmente effettuati e introdurre distorsioni nel mercato, senza alcun effetto durevole sullo sviluppo delle attività produttive; non crede che nel sud vi sia un problema di carenza di sportelli bancari (e sembra proprio che si riferisca alla proposta di istituire la banca del Mezzogiorno quando afferma “non sembra essere la mancanza di una banca radicata nel Mezzogiorno la causa fondamentale dei problemi”).

Evidenzia, inoltre,  gli scarsi risultati delle recenti politiche regionali, che sebbene esplicitamente finalizzate a promuovere lo sviluppo delle aree in ritardo, con interventi specifici (miglioramenti nella trasparenza informativa, nella rendicontazione, nel controllo e nella valutazione dei risultati dell’azione pubblica), sono stati indebolite dall’azione di localismi, dalla frammentazione degli interventi, dalla difficoltà di individuare le priorità, dalla sovrapposizione delle competenze dei vari enti pubblici.

Un’analisi a tutto campo quella esposta dal governatore, nella quale attribuisce una quota di responsabilità anche al “capitale sociale”, cioè al popolo che non svolge la propria funzione di cittadino: “Alla radice dei problemi del Sud stanno la carenza di fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, la scarsa attenzione prestata al rispetto delle norme, l’insufficiente controllo esercitato dagli elettori nei confronti degli amministratori eletti, il debole spirito di cooperazione: è carente quello che viene definito capitale sociale”.

Di capitale sociale negativo “che rende elevati i costi di transizione, di scambio” ne parla anche Carlo Carboni, in un articolo su Il Sole 24 Ore del 18/11/2009: “sono carenti le economie esterne, le infrastrutture e i servizi, ma soprattutto sono certi tipi di relazionalità, come il clientelismo politico e le reti mafiose, a rendere alcune aree chiave meridionali allergiche al mercato economico. Una secca riprova della correlazione inversa tra mercato e poteri mafiosi viene proprio da alcune aree meridionali come l’Abruzzo, la Basilicata, la Sardegna e in parte la Puglia, aree regionali affrancate dai poteri mafiosi, nelle quali lo sviluppo e la crescita economica in questi anni hanno assunto ritmi apprezzabili”.

Sempre nello stesso articolo, l’autore parla degli attori del capitale sociale: “le mafie sono i principali responsabili dei drammatici ritardi delle quattro grandi e popolose regioni meridionali. Campania, Calabria, Puglia e Sicilia oggi sono tra le regioni più povere e statiche in Europa. Le reti di relazioni di tipo mafioso entrano in circolo nelle arterie istituzionali e soprattutto fluiscono, infettandoli, nei capillari familiari, parentali, di comunità locale.

In secondo luogo, i ceti ristretti politico-istituzionali locali, con le loro promesse mancate e i loro deprecabili sprechi, appaiono i demiurghi di un’immagine del Mezzogiorno che ha tradito le aspettative degli italiani, dopo anni di ingenti investimenti pubblici (oggi il Sud è dietro, in quanto a reddito e produttività, a Grecia e Portogallo). Anche se promette diversamente, in cuor suo, il politico ritiene di non dover prendersi cura del bene collettivo se non in funzione del tornaconto personale e del proprio comitato elettorale. Le risorse pubbliche, nei decenni, impiegate per lo sviluppo del Sud, in parte sono state intercettate dalle mafie, ma in parte sono state assorbite per alimentare le clientele del mercato politico…

Il terzo giocatore avverso è diffuso nella società stessa. Questa, infatti, vive e subisce il pan politicismo e usufruisce a volte delle scorciatoie mafiose. Ne sono esempi l’abusivismo edilizio endemico che ferisce per sempre il paesaggio, la leva delle raccomandazioni per ottenere un impiego nella PA periferica o strappare un sussidio immeritato, l’evasione fiscale, il lavoro nero, lo scempio dei rifiuti. Del resto il mercato politico e quelli controllati dalle mafie sono gli unici efficienti nell’allocazione delle risorse alle famiglie, secondo comportamenti amorali e miopi in funzione del perseguimento cinico del proprio tornaconto…

Come prescrivere una ricetta per il Sud senza tenere conto della forza di questi giocatori avversi? … Un possibile antidoto per ribaltare il capitale sociale negativo meridionale è costruire un cartello di soggetti istituzionali, parti datoriali e sociali, banche, forze ambientali e culturali che esprimano una governance del territorio e dello sviluppo locale meridionali in funzione della programmazione e del controllo dei finanziamenti pubblici e privati. In secondo luogo, servirebbe non il Partito del Sud, ma un patto nazionale per lo sviluppo del Mezzogiorno.”  Questo obiettivo può essere centrato solo se tutti gli italiani ritengono che “un’uscita rapida dalla sospensione e dal ristagno del Mezzogiorno consentirà al Paese di riavviare l’economia e lo sviluppo a un ritmo adeguato ad un grande paese di rango europeo”.

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