Riceviamo dai Ricercatori Precari di Catania un documento che contiene le riflessioni elaborate sull’imminente riformagelmini_bart dell’Università.

Si tratta di un contributo ampio ed articolato,  che pubblichiamo molto volentieri perchè arricchisce l’analisi da noi avviata con l’articolo del prof  Pucci (L’Università aziendale della Gelmini)

Vi si affronta il problema del taglio delle risorse, osservando come esso venga presentato sotto forma di una scelta necessaria, mentre dimostra la volontà “di ridimensionare il peso e la rilevanza sociale del sistema dell’istruzione e della ricerca pubblica.” Tutto l’operato del governo, infatti, è basato sulla covinzione che lo stato debba dismettere il ruolo di fornitore di alcuni servizi pubblici (tra cui formazione e ricerca) a vantaggio del mercato. La riduzione delle risorse  e la possibilità per gli atenei di trasformarsi in fondazioni e di provvedere così autonomamente al loro sostentamento economico (prevista dal giugno del 2008), avevano già manifestato un disegno di  “privatizzazione” del sistema del “sapere pubblico”.

Viene poi esaminato l’art. 2 del ddl, che  disciplina il sistema di governo degli atenei e  si denuncia la continuità solo apparente con la situazione attuale. Vengono infatti stravolti gli attuali rapporti tra gli organi di governo, visto che  al rettore vengono attribuiti essenzialmente compiti di proposta e di iniziativa, al senato accademico solo una funzione consultiva. Molto significativo vien considerata la scelta di attribuire le funzioni decisionali ad un consiglio di amministrazione che non sembra avere nessuna legittimazione elettiva (si parla di componenti “designati o scelti” secondo le modalità stabilite da ciascun ateneo), ed è formato per quasi la metà da componenti esterni all’università. Le decisioni “strategiche” sarebbero così affidate a dei soggetti scelti solo sulla base di presunte competenze tecniche di gestione (chi le misurerebbe?), con il rischio che la designazione sia esposta a influenze e pressioini politche. L’autorefenzialità di cui oggi gli atenei possono essere accusati sarebber sostituita da processi poco controllabili dal punto di vista democratico e altrettanto autoreferenziali, con un potenziale controllo diretto da parte delle maggioranze politiche di turno.

Un altro aspetto di cui il documento si occupa è la cosidetta  “semplificazione dell’articolazione interna”. Anche nel caso dei Dipartimenti e delle  “Strutture di raccordo” (assimilabili alle odierne Facoltà), previste dal progetto,  le decisioni   saranno prese da un organo collegiale  dal carattere fortemente “elitario”, composto essenzialmente dai direttori di dipartimento.  Nell’attuale organizzazione, invece, le decisioni più rilevanti circa il profilo culturale e l’organizzazione delle Facoltà vengono assunte dal Consiglio di Facoltà, organo del quale fanno parte tutti i professori, i ricercatori le rappresentanze delle altre componenti  (studenti, personale etc.). Anche in questo caso, quindi, a soffrirne sarebbe la democrazia.

Per quanto riguarda, poi, il sostegno economico agl studenti (art.4),  si prevede l’istituzione di un “fondo speciale per il merito”. L’obiettivo dichiarato del fondo non è quello sostenere gli studenti che si trovino in situazioni di disagio economico, in modo da attuare il loro “diritto a raggiungere i gradi più alti degli studi” (art. 34 Cost.) e rimuovere così “gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana
…” (art. 3 Cost.). Piuttosto, dichiara il progetto di legge, il fondo è “finalizzato a promuovere l’eccellenza ed il
merito fra gli studenti individuati mediante prove nazionali standard”.

Oltre all’erogazione dei “premi” si incentiva il credito agli studenti (che, poiché “eccellenti”, saranno in grado di ripagarlo !). Lo Stato stipulerebbe una convenzione con degli istituti di credito privati, i quali concederebbero prestiti a condizioni particolarmente favorevoli. Anche la prestazione di garanzia da parte dello Stato è previsto che venga retribuita. Lo studente restituirebbe non solo il capitale erogato e gli interessi, ma anche il corrispettivo per la garanzia concessa dallo Stato. Non saremmo più in presenza di misure di carattere sociale che, in attuazione degli artt. 3 e 34 Cost., dovrebbero consentire agli studenti capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi economici, di raggiungere i gradi più alti degli studi.

Le forme contrattuali del lavoro di ricerca e di didattica ed il reclutamento del personale docente, previsti dal progetto, determinano forme di “precarietà indefinita e marginalizzazione della ricerca”.  Sono infatti previste molte forme contrattuali e una sostanziale conferma di tutte le tipologie “atipiche” e “precarie”. L’unica innovazione è quella di abolire la figura del ricercatore strutturato, che viene sostituita con quella del ricercatore a tempo determinato, senza che ciò produca alcun vantaggio per le prospettive e le opportunità dei così detti ricercatori precari.  La carenza di risorse, dato di partenza che condiziona strutturalmente qualunque politica di reclutamento, anzi, non potrà che costringere gli atenei a prediligere forme contrattuali di breve durata, condizionate al reperimento di appositi fondi e che non rappresentino un aggravio a lungo termine per il bilancio.

Nel documento prodotto dai Riecrcatori precari la valutazione complessiva della proposta non è tuttavia completa. Vengono individuati, infatti, aspetti non ancora disciplinati perchè affidati a successivi interventi normativi, che dovranno essere “adottati o dalle singole università, mediante modifiche dei rispettivi statuti, o dai ministri competenti o dal governo mediante decreti o regolamenti attuativi.”  Molte  scelte verranno, quindi, compiute in sede di attuazione della delega.”

Leggi il testo completo del documento prodotto dai Ricercatori Precari

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