RES288 sono le pagine del rapporto di ricerca pubblicato dalla Fondazione RES che ha coinvolto 343 (28%) delle 1200 aziende che si intendeva prendere in considerazione, sul totale di 390.000 aziende registrate presso le Camere di Commercio della Sicilia.

La Fondazione è promossa da Banco di Sicilia e Unicredit ed è nata come Istituto di ricerca su economia e società in Sicilia e con questa ricerca si poneva l’obiettivo di esaminare gli elementi che favoriscono l’innovazione, ma anche gli ostacoli e i vincoli che devono essere superati. Oltre alle interviste sono stati utilizzati numerosi dati statistici provenienti da altre fonti.

Non è altissimo il numero delle aziende che hanno aderito, né si può dire che siano rappresentative dell’intero universo imprenditoriale siciliano: rappresentano forse la quota più diligente, più sensibile al valore della ricerca.

Le imprese innovative in Sicilia si muovono prevalentemente in settori con ‘vantaggi competitivi naturali’, legati alle caratteristiche fisiche, ambientali e storico-artistiche ma anche alle tradizioni di saper fare formatesi da tempo (a volte da lungo tempo). Esse però si trovano a dover fronteggiare una quantità di ostacoli che rendono il loro operare particolarmente difficoltoso.

I settori principali sono agricoltura, industria alimentare, lavorazioni della pietra e ceramica, turismo. Queste sono le attività che meglio riescono ad intercettare una domanda in crescita con la globalizzazione.

Il primo dato interessante, e preoccupante, è quello relativo alla spesa pubblica: nell’ultimo quarantennio la Sicilia “non riduce il divario in termini di reddito pro capite con il Centro Nord, come altre regioni del Sud, ma vede addirittura peggiorare tale divario in termini di tasso di occupazione… Ciò avviene però in un periodo in cui la sola spesa della Regione Sicilia è aumentata in termini reali di quasi 5 volte (da poco meno di 4 miliardi di euro nel 1971 a oltre 19 nel 2008). Se poi consideriamo la spesa per consumi della Pubblica Amministrazione nel suo complesso, la Sicilia si pone al primo posto tra le regioni meridionali, con l’incremento maggiore negli ultimi trent’anni e con valori che hanno superato di oltre il 30% la media nazionale”.

Perché tutto questo? Perché vi è stata una netta “prevalenza delle spese correnti su quelle in conto capitale. Ciò determina una consistente carenza di investimenti pubblici e quindi una marcata sottodotazione di infrastrutture collettive, che ostacola a sua volta lo sviluppo industriale in settori aperti alla concorrenza di mercato. (…) [Si aggiunga a ciò la] particolare permeabilità del sistema politico alla pressione di interessi particolari, il cui soddisfacimento costituisce un meccanismo di costruzione del consenso largamente alternativo a quello basato sull’offerta di beni e servizi collettivi. (…) Ciò nel tempo ha finito per costituire un volano non trascurabile per la modernizzazione di forme di imprenditorialità criminale preesistenti”.

Ma, più in generale, l’intervento pubblico in Sicilia, da soluzione, è diventato il problema: esso ha tratto vantaggio dall’autonomia speciale per poter disporre di maggiori risorse, ma ha ostacolato la crescita del settore manifatturiero e dei servizi moderni legati al mercato perché l’uso di tali risorse:

ha drenato lavoro e imprenditorialità verso l’impiego pubblico, e verso settori dipendenti dal pubblico come per esempio la sanità privata, ma anche verso settori come il commercio e le costruzioni, che non sono in grado di sostenere uno sviluppo autonomo;

– ha determinato una sottodotazione, anche in confronto al resto del Mezzogiorno, di infrastrutture materiali e immateriali;

– ha favorito una modernizzazione della criminalità organizzata che penalizza a sua volta le attività di mercato.

Altra criticità è la mancata connessione tra il mondo imprenditoriale e “il sistema universitario siciliano che ha un potenziale di ricerca per l’innovazione più elevato di quello delle altre regioni meridionali, ma una più bassa capacità di utilizzazione e trasferimento alle imprese delle nuove conoscenze acquisite”.

“La domanda di innovazione locale è peraltro ancora debole a causa della dimensione ridotta delle imprese, ad una loro specializzazione in settori produttivi che incorporano una tecnologia medio-bassa e, infine, ad una scarsa apertura ai mercati nazionali o internazionali”.

Finora l’intervento pubblico per promozione di ricerca e innovazione ha avuto un ruolo ambivalente: da un lato la quantità della spesa regionale appare consistente, dall’altro però i ritardi nell’attuazione dei programmi e la settorialità degli interventi evidenziano una scarsa coerenza tra impegni presi e azioni perseguite.

Il risultato reale è che la ricaduta degli investimenti per l’innovazione è stata in Sicilia inferiore a quella di altre regioni italiane e tale differenza è ulteriormente aggravata dalla vischiosità delle politiche pubbliche locali.

Curiosamente, fra gli ostacoli non emerge in maniera rilevante il peso attribuito alla criminalità: “Naturalmente, può aver influito una certa reticenza da parte degli intervistati ad affrontare questa questione, sicuramente delicata per molte aziende. Si può però anche ipotizzare che effettivamente molti titolari di imprese percepiscano il costo della criminalità come un aspetto più scontato del contesto, e peraltro non come un costo particolarmente oneroso per le aziende”

Per quanto riguarda le decisioni politiche appare dunque evidente che il sostegno pubblico all’innovazione  deve  migliorare la sua capacità di spesa: in primo luogo, mettendo prontamente al servizio dei beneficiari finali le ingenti risorse della programmazione comunitaria e nazionale, in secondo luogo, l’amministrazione regionale dovrebbe calarsi sempre più nel ruolo di assistenza tecnica alla progettazione e all’implementazione piuttosto che continuare a rappresentare un vincolo.

Quali sono le strade da percorrere nella direzione delle buone pratiche?

• Puntare su produzioni di beni e servizi di qualità per difendersi dalla concorrenza basata prevalentemente sui costi (in particolare del lavoro) dei paesi in via di sviluppo;

aumentare le conoscenze da incorporare nel processo produttivo attraverso un costante sforzo di innovazione, rafforzando l’accesso alle risorse della ricerca universitaria;

adeguare infrastrutture e servizi alle esigenze delle imprese;

• rendere la pubblica amministrazione più efficiente;

• creare condizioni di finanziamento più favorevoli;

• migliorare la qualificazione della manodopera;

• creare partenariati fra imprese ed enti pubblici non esclusivamente orientati all’ottenimento dei finanziamenti.

Leggi gli articoli apparsi su: Gazzetta_del_Sud; La_Sicilia; Sole_24_Ore

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