Puntuale come l’oscillare di un pendolo, ritorna a scadenza mensile la protesta degli spazzini dell’Ato Simeto che si rifiutano di lavorare perché non vengono pagati; i bordi delle strade tornano ad essere ingentiliti da teorie interminabili di sacchetti di spazzatura. I Sindaci dei paesi interessati ricominciano a minacciare sfracelli e lanciano appelli a ‘Gnazio,  al suo Esercito di netturbini nazionali e alla Protezione civile, provvisoriamente impegnata in ben altri casini.

La novità è che sta girando una velina di stampa, riportata anche dal sito personale di R. Lombardo (chi l’ha ispirata?), con la quale i Sindaci di alcuni Comuni sono accusati, senza ulteriori spiegazioni, di essere la causa di questa situazione, dato che si sono rifiutati di accedere al Fondo di rotazione per pagare i debiti.

Ma non è tanto della puzzolente cronaca

che vogliamo occuparci, è sotto il naso di tutti: forse è solo opportuno rifare il punto della situazione, quanto meno per non dimenticare e capire meglio le maleodoranti radici di questo problema che sembra irrisolvibile. Lo facciamo anche con l’aiuto di un articolo di Alessandro Petralia, Caos rifiuti, il pecc-Ato originale (tratto dal Quotidiano dispazzatura paternò2 Sicilia del 28.1.2010).

Intanto alcune cifre e qualche confronto:

– in Sicilia ci siamo concessi ben 27 ATO, uno per ogni 185.000 abitanti, con una spesa, per una famiglia di 3 persone che abita un appartamento di 100 mq, di 280 euro l’anno (record nazionale);

– i micragnosi lombardi si sono permessi la miseria di soli 12 Ato, ognuno dei quali serve ben 833.000 abitanti, con una spesa per famiglia di 184 euro l’anno.

Per carità di patria non mettiamo a confronto la qualità dei rispettivi servizi, che d’altra parte è sotto gli occhi di tutti, basta fare prima un giro per i paesi etnei e poi un salto a Milano.

La seconda idea geniale, in epoca cuffariana, è stata quella di costituire gli Ato come società per azioni, ma a capitale pubblico, con unici soci le Province e i Comuni interessati: come dire soldi pubblici ma gestione e forma giuridica privata, praticamente fuori dal controllo degli stessi Enti locali finanziatori.

Una scelta unica e singolare che ha consentito di nominare sia un numero consistente di (presunti) manager che un ancor più consistente numero di consiglieri di amministrazione -fino al 2007 erano in tutto 189 e costavano quasi 5 milioni di euro l’anno (avete letto bene)-, sicuramente individuati con i consueti criteri di professionalità e competenza. Il trasferimento di personale dagli Enti locali alle nuove Spa ha comportato inoltre un aumento di costi per i contratti individuali di circa 4.000 euro l’anno.

Per capirci: in Lombardia si è scelto di creare delle agili e poco costose forme di convenzioni di cooperazione tra Comuni e Province, mentre quei sempliciotti degli emiliani si sono limitati a costituire delle Agenzie presiedute dai presidenti delle Province. In entrambi i casi quindi non è stato necessario inventare nuove sovrastrutture.

Risultato: aumenti stratosferici delle bollette (fino al 300%), bilanci societari fuori controllo ma formalmente inattaccabili dato che, conteggiando tutte le bollette non pagate, risultano attivi. Il dettaglio è che queste bollette non si sa quando verranno pagate -gli stessi Comuni non le stanno più emettendo- mentre quelle fino al 2004 sono già andate in prescrizione.

Quale è allora il motivo dell’ennesimo intoppo di questi giorni?

Occorre fare un passo indietro: nel 2005, quando già appariva chiaro che questi nuovi carrozzoni facevano acqua da tutte le parti, la Regione approvò un decreto che permetteva ai Comuni, già dissanguati dalle precedenti erogazioni agli Ato, di attingere a un fondo di rotazione speciale, destinato a garantire la copertura delle spese nei casi di temporanee difficoltà finanziarie.

Il Fondo viene reintegrato attraverso un piano di rientro triennale, trattenendo ai Comuni debitori una somma equivalente dai trasferimenti trimestrali agli Enti locali. In poche parole: i Comuni, per tappare provvisoriamente uno dei tanti buchi di questo pozzo senza fondo degli Ato, sono costretti a prendere soldi a prestito che vengono sottratti di fatto a tutti gli altri servizi da loro erogati. Non vorremmo esagerare, ma il tutto somiglia ad una specie di estorsione.

E’ per questo motivo, per non dissanguare ulteriormente i bilanci comunali, per di più senza alcuna prospettiva di soluzione, che 10 Comuni (Adrano, Belpasso, Biancavilla, Misterbianco, Motta S. Anastasia, Nicolosi, Pedara, Ragalna, Paternò e Santa Maria di Licodia) dei 18 che fanno parte dell’Ato Simeto, si sono rifiutati di accedere a questo fondo di rotazione.

La Regione ha pensato bene di nominare dei commissari ad acta e a stanziare altri 2 milioni e 200mila euro, prelevati dal fondo per le Autonomie locali, anche questi sottratti ad altre finalità istituzionali dei Comuni.

Molti Sindaci dei Comuni interessati hanno espresso però dubbi sulla legittimità di questo operato e stanno valutando l’ipotesi di avviare azioni giudiziarie contro la Regione.

C’è qualcuno che è in grado di fare pronostici sulla possibile conclusione di questa ennesima soap opera siciliana?

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