Quella che comunemente viene presentata come ‘riforma’ della scuola superiore appare densa più di ombre che di luci e non pochi passaggi lasciano dubbi e perplessità e, in altri casi, suscitano, invece, aperta contrarietà.

E’ evidente a tutti che la scuola italiana avesse bisogno di cambiamenti profondi; cioè di una vera riforma. Ma il senso dei cambiamenti che questo progetto di legge porta avanti sembra andare nella direzione opposta rispetto quello che si potrebbe auspicare.

Vale a dire: piuttosto che un maggiore investimento nei confronti della scuola pubblica siamo in presenza di un tipo d’intervento che, con il lessico delle politiche industriale, si può definire di ‘ristrutturazione aziendale‘ e che la storia insegna tradursi sempre in licenziamenti e, quindi, nel caso della scuola in una privatizzazione sempre meno strisciante e sempre più manifesta.

Non sembra, Infatti, che il nuovo corso della scuola prenda in considerazione i temi al centro delle attenzioni quotidiane: l’adeguamento stipendiale al ruolo e alla funzione oggettivamente svolta, il problema della formazione del corpo docente, un ripensamento generale delle strutture scolastiche con l’allungamento del tempo-scuola, né tanto meno il progressivo innalzamento dell’obbligo scolastico (e non solo formativo) o la riduzione del numero degli alunni per classe.

Eppure, non è soltanto una logica miope e ragionieristica quella che presiede nelle sue linee di fondo alla politica scolastica che questo progetto vuol mettere in atto: dietro vi è molto di più (che comunque non è già poco) dei tagli sui costi, cioè sui lavoratori della scuola. Dietro c’è un’idea di formazione che è funzionale al tipo di classe dirigente che si vuole selezionare e al tipo d’Italia a cui si vuole giungere. Ecco perché per certi versi si può parlare di controriforma e non di riforma. Schematicamente potrebbero essere questi i punti sui quali aprire una riflessione critica:

1) una questione di metodo: la cosiddetta ‘riforma’ viene fatta passare ‘sulla testa’ dei docenti senza nessun dialogo reale, capace, cioè, di ascoltare i bisogni effettivi della scuola pubblica italiana;

2) la progressiva ‘precarizzazione‘ dell’intero corpo docente con, tra l’altro, conseguenze evidenti sotto il profilo della tanto sbandierata continuità didattica;

3) l’inesistenza di qualsiasi dibattito pedagogico e culturale sullo statuto epistemologico delle singole discipline e del loro insegnamento e sugli assi culturali attorno ai quali fare ruotare la formazione dei giovani;

4) la drastica riduzione dell’offerta scolastica ai licei e ai professionali con la soppressione dei tecnici e la mutilazione di quasi tutte le sperimentazioni messe in campo negli anni passati;

5) la riduzione del monte orario complessivo per ogni corso di studi;

6) l’accorpamento di alcune classi di concorso.

Si tratta di punti essenziali che riducono il problema all’osso ma che possono rappresentare, pragmaticamente, l’avvio di un dibattito non solo nella realtà scolastica del nostro Istituto ma svolgere anche la funzione di prima piattaforma d’incontro e di confronto con gli altri istituti della scuola secondaria superiore, per giungere ad un’assemblea cittadina che si assuma la responsabilità di fare presente al Ministero le osservazioni critiche che la scuola stessa sarà in grado di formulare.

Per queste ragioni siamo, dunque, contrari alla cosiddetta ‘riforma’ e chiediamo al governo la sospensione di ogni intervento sulla scuola, al fine di facilitare un ampio, approfondito e, soprattutto, partecipato, confronto sul merito delle questioni avanzate.

Il Collegio dei docenti del Liceo scientifico statale “Boggio Lera” di Catania.

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