grandi bancheCon l’annunciata definitiva fusione del Banco di Sicilia all’interno dell’unico “bancone” Unicredit, si mette una pietra tombale su quello che fu il sistema creditizio siciliano.

La Sicilia resta in tal modo, pur all’interno degli ineluttabili processi di concentrazione in corso, una delle poche grandi regioni europee ad essere priva di banche sufficientemente autonome per essere organicamente collegate allo sviluppo del proprio territorio.

D’altra parte non si può certo rimpiangere un sistema bancario che nel recente passato aveva dato pessime prove.

Negli anni Ottanta si era registrata una crescita ipertrofica di piccole banche locali e del numero di sportelli e l’allora Governatore della Banca d’Italia ne aveva denunciato la bassa produttività perché troppo piccole, funzionali solo ad alcuni spezzoni distorti del sistema produttivo (classico fu l’esempio della Banca agricola etnea di Graci) e ad alto rischio di infiltrazioni mafiose.

Non furono pochi i magistrati  e gli uomini politici –  B. Giuliano, C. Terranova, G. Costa, P. Mattarella, C. A. Dalla Chiesa – che tentarono di fare chiarezza in questo groviglio e ci lasciarono le penne.

La presenza di queste banche peraltro, lungi dal favorire la crescita economica del territorio, a causa della scarsa redditività, della forte concorrenzialità e dell’aumento dei costi di gestione, si rivelò disastrosa in quanto finiva per pagare interessi attivi di gran lunga inferiori e interessi passivi di gran lunga superiori a quelli del mercato creditizio nazionale.

Negli anni Novanta, l’uso clientelare delle risorse, l’apparente superficialità con cui venivano concessi crediti  e la scarsa efficacia delle procedure per il loro recupero, hanno portato alla crisi prima di Sicilcassa e poi del Banco di Sicilia, senza tuttavia raggiungere lo scopo di costruire un sistema più trasparente, più solido e più efficace per il supporto allo sviluppo economico del territorio.

La prospettata definitiva chiusura del Banco di Sicilia, di cui resterà nell’isola solo il marchio, sembra il preludio ad una ristrutturazione della rete aziendale che, si prevede, porterà ad un esubero di circa 1000 dipendenti in seguito ad una drastica diminuzione del numero degli sportelli, che attualmente sono 425.

A ciò si aggiungerà un danno rilevante alle casse della Regione siciliana perché sarà trasferito a Milano anche il relativo gettito fiscale, che si aggira sui 150 milioni di euro l’anno.

Questo azzeramento del sistema creditizio meridionale, col conseguente spostamento al nord di tutte le centrali decisionali, farà diventare gli sportelli meridionali semplici collettori di risparmio il cui reinvestimento andrà a favorire l’economia del nord mentre l’aumentato costo del denaro e la diminuzione della sua disponibilità faranno aumentare a dismisura la proliferazione delle Agenzie finanziarie e dell’usura, con danni crescenti sia per le famiglie che per le imprese.

E’ ancora viva la memoria dello sciopero della fame che, nello scorso settembre 2009, l’imprenditore Giuseppe Pizzino – a capo del Gruppo Castello, una delle più interessanti iniziative imprenditoriali del settore dell’abbigliamento – ha dovuto mettere in atto davanti alla sede centrale Unicredit di Milano per protestare contro la mancata concessione di un finanziamento per avviare un progetto industriale di ristrutturazione e sviluppo della sua azienda.Pizzino

Solo in seguito all’interessamento di due parlamentari del PdL (C. Polidori e N. Germanà) pare ci sia stato anche un intervento del ministro dell’economia Tremonti che ha dovuto riconoscere l’esistenza di una “asimmetria del credito in Italia”. Nel Mezzogiorno chi comanda, chi ha in mano le banche, è a Milano e non in Sicilia, per cui i luoghi delle decisioni si allontanano dal territorio.

Scongiurato per ora il pericolo del fallimento resta ancora del tutto problematica la prospettiva di un rilancio del Gruppo Castello, con sede a Brolo in provincia di Messina, per l’insufficienza delle risorse finanziarie reperite e per la lentezza con cui sta procedendo il processo di ristrutturazione aziendale.

Oggi,  distrutto il sistema bancario locale con tutti gli annessi e connessi, la situazione resta in mano a pochi gruppi (Montepaschi, Unicredit, Intesa, Popolare di Lodi), tutti con la testa e gli interessi spostati al centro-nord: ciò è tanto più grave quanto più avanza il processo federalista.

D’altra parte, al disimpegno di Unicredit nessuno ha opposto resistenza. Il fatto è strano, tanto più che contemporaneamente è stata annunciata la nascita di Intesa Sicilia, una filiazione locale della Banca Intesa che, non a caso, annovera fra i suoi più alti dirigenti Gaetano Miccichè, fratello di Gianfranco.

Il progetto punterebbe a creare una banca territoriale con un suo consiglio d’amministrazione autonomo e una direzione staccata, raddoppiando nel frattempo i 200 sportelli già esistenti.

Ma al sud è necessaria una nuova banca (del mezzogiorno, del sud) o basterebbe che quelle che ci sono facessero realmente il loro mestiere invece di fare colonialismo finanziario?

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