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I dati sulla condizione delle donne e delle lavoratrici in Sicilia non sono confortanti: il tasso di attività femminile, ossia la percentuale di siciliane che dichiarano di lavorare o di cercare occupazione, è fermo al 35 per cento: due siciliane su tre sono fuori dal mercato del lavoro, ed esercitano lavori casalinghi di cura. La Sicilia è una delle regioni europee con il più basso tasso d’attività femminile: stando alle rilevazioni Eurostat del 2008, l’Isola è penultima tra le regioni dei 27 paesi dell’Ue, battuta solo dalla Campania. Quelle poche donne che lavorano fuori casa, spesso lo fanno in nero, senza alcuna garanzia o protezione in caso di incidenti, maternità e senza contributi pensionistici.

Non nuovo è lo squilibrio  delle retribuzioni: in media le donne del Sud guadagnano il 7,1 per cento in meno rispetto agli uomini. Lo scarto retributivo è del 5,3 per cento tra i dirigenti, del 9,5 tra i quadri, dell’11,3 tra gli impiegati e del 3,6 tra gli operai. Nel caso in cui si confrontino gli stipendi di laureati e laureate il divario aumenta: le laureate guadagnano in media 26.500 euro all’anno contro i 41.900 euro dei loro parigrado uomini, anche se a questo di certo non è estranea la tradizionale diversa scelta dei percorsi di studi. Come ha sottolineato un’indagine di Arcidonna, in Sicilia, presa in considerazione l’intera popolazione iscritta alle quattro università dell’Isola, solo il 34,4 per cento delle ragazze sceglie corsi ad indirizzo tecnico o scientifico, contro il 61,7 per cento dei colleghi maschi. Le giovani siciliane continuano a preferire i percorsi di studio delle facoltà umanistiche, che aprono la strada a professioni difficilmente ben retribuite.

Nei primi nove mesi del 2009, il tasso di disoccupazione femminile nell’Isola era del 16,7 per cento contro il 12,1 per cento  di quello maschile: sintomo, questo, di maggiori difficoltà per le donne nel trovare un lavoro. Da interviste fatte a datori di lavoro emerge che solo in quattro casi su dieci il genere non costituisce un elemento discriminante nelle scelte di assunzione, e due volte su tre si preferisce assumere un uomo. Spesso perché gli uomini, oltre a non richiedere congedi di maternità, sono ritenuti più liberi di occuparsi del lavoro, non pressati da incombenze casalinghe, tuttora considerate compito quasi esclusivo delle loro compagne. Le donne italiane sono quelle che in Europa lavorano di più tra ore passate in ufficio e lavori di casa. Il peso di una concezione arcaica dei rapporti fra sessi nella gestione del quotidiano è uno degli ostacoli più importanti e più difficili da rimuovere per l’affermazione dell’uguaglianza sostanziale tra i generi.

Al sud il 25% delle donne esce dal mondo del lavoro a causa della nascita del primo figlio, e capita addirittura che una donna sposata venga scartata all’atto del colloqui di lavoro perché potenzialmente madre. Sarebbe opportuno, se si volesse sostenere in maniera fattiva l’occupazione delle donne, mettere in atto politiche di sostegno alle lavoratrici madri, orari più flessibili degli asili, congedi parentali part-time a padri e madri. In Sicilia si potrebbe cominciare con l’ampliare la rete degli asili nido pubblici: nell’Isola, rivela un’indagine di Cittadinanza attiva, solo il 33,8 per cento dei comuni ha attivato servizi per l’infanzia, con il risultato che il 93,7 per cento dei bambini sotto i 3 anni non ha la possibilità di accedere a un asilo nido.


Il lavoro e l’indipendenza economica sono anche l’unico vero strumento contro la violenza coniugale o parentale. Secondo un’indagine condotta da Arcidonna e basata su dati dell’Istat, in Sicilia sono ben 520 mila le donne che sono state vittime di violenza nel corso della loro vita, il 23,3 per cento del totale delle residenti. Ma solo il 2,9 per cento delle donne siciliane vittime di violenze denuncia il proprio aguzzino. In pratica quasi 97 donne su 100 preferiscono non rivolgersi alle forze dell’ordine, nonostante non siano infrequenti casi di ferite gravi e capiti spesso che le vittime siano coscienti del pericolo di vita che corrono. Forse, se invece di produrre pubblicità progresso in cui fragili rose bianche appassiscono, si potenziassero le politiche di inserimento lavorativo delle donne, avremmo più benessere sociale e meno violenze familiari.

Per approfondire, rimandiamo a A sud’Europa Anno 4 N.8 1 Marzo 2010

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