Negli articoli precedenti dedicati al problema dei vuoti nelle procure, abbiamo esaminato molteplici motivi che inducono i magistrati aprocure_vuoti non scegliere la funzione di pubblico ministero preferendo rimanere all’interno della magistratura giudicante.
Oltre ai rischi per la propria incolumità, abbiamo parlato della marginalità e dell’isolamento di molte sedi, delle difficoltà introdotte nel passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante, delle incertezze relative allo status che verrà riconosciuto in un prossimo futuro ai procuratori.

Di questi problemi si occupa il Libro Bianco sulla scopertura degli organici negli uffici di procura, preparato da Magistratura democratica nel marzo del 2009 e ironicamente ribattezzato Il libro bianco delle toghe rosse. In esso vengono espresse preoccupazioni per il nuovo assetto organizzativo delle procure “caratterizzato da una accentuata gerarchizzazione degli uffici requirenti, dalla compressione degli spazi di autonomia decisionale dei sostituti procuratori”.
“Queste innovazioni producono un forte impatto sulla dimensione professionale del sostituto procuratore della Repubblica, allontanandolo dal modello del magistrato pienamente autonomo ed indipendente, che in passato era comune ai giudici ed ai pubblici ministeri e che oggi, invece, subisce una significativa deviazione” con “inevitabile amputazione delle capacità decisionali, della professionalità e dello status giuridico”.

Vi si esprime, inoltre la preoccupazione per il fatto che molto spesso risultino scoperte proprio le procure in cui lo stato dovrebbe essere più presente per combattere una guerra senza quartiere contro le organizzazioni criminali più insidiose e potenti (mafia, stidda, camorra, ‘ndrangheta).

Come abbiamo visto in precedenza, pesa sui vuoti nelle procure l’attuale impossibilità, per i magistrati di nuova nomina, di ricoprire i ruoli di procuratori (attenuato da una eccezione per i vincitori dell’ultimo concorso). Nello studio di Magistratura democratica vengono forniti i dati relativi al ricambio verificatosi tra il 2000 e il 2007 nelle sedi cosiddette disagiate, dove in passato andavano innanzi tutto i neo-magistrati.

Analizzando i flussi della mobilità nel periodo considerato si ricava la percentuale di ricambio. Una percentuale del 100% indica che l’organico dell’ufficio ha subito un ricambio integrale, mentre percentuali maggiori evidenziano che si è verificata, in quell’arco di tempo, più di una sostituzione.. Per la Sicilia “quasi tutte la Procure si assestano tra l’ 80% ed il 200% di turn over (le punte sono Nicosia col 200% – significa, per intendersi, che di fatto tutto l’ufficio è cambiato due volte in sette anni – Caltanissetta col 138%, Modica col 150%, Barcellona Pozzo di Gotto col 140%), con le sole eccezioni di Messina (dove il ricambio è stato del 45%) e di Palermo (col 64%).”

Si è detto anche che gli incentivi introdotti per rendere più appetibile il trasferimento nelle sedi disagiate non hanno avuto l’effetto desiderato e comunque non hanno invogliato chi ricopre un incarico nella funzione giudicante a passare al ruolo requirente. La mobilità ha coinvolto magistrati che già svolgevano funzioni requirenti, incentivandone il trasferimento verso sedi con caratteristiche di disagio. Sono state così svuotate altre procure, con la conseguenza che la paralisi dell’attività d’indagine si sta estendendo in altre zone del paese.

Nel Libro Bianco vengono forniti nel dettaglio i dati relativi a tutte le sedi disagiate, tra cui quelle siciliane. Puoi leggere Il Libro bianco in versione integrale oppure leggere solo la parte riguardante Catania.

Oltre ai dati, a proposito di Catania vengono riportati anche stralci di un documento presentato dai procuratori catanesi, che lamentano la “pianta organica assolutamente sottodimensionata rispetto a realtà similari per carico di lavoro e tipologia degli affari penali trattati”, e sottolineano come le carenze pesino in modo particolare a causa della situazione allarmante della città “afflitta da una gravissima crisi finanziaria del Comune, priva di Prefetto titolare da quattro mesi, devastata nel tessuto produttivo dai risvolti della generale crisi economica, con facile previsione di un aumento esponenziale di reati connessi al sempre più dilagante disagio sociale”

Prima di chiudere vorremmo fare un breve cenno ad un ultimo problema, il clima di sfiducia introdotto dalle frequenti dichiarazioni del capo del Governo nei confronti dei magistrati e delle loro sentenze. Le decisioni dei giudici possono e devono essere discusse e criticate: le critiche puntuali e precise sono uno degli esercizi di controllo dell’opinione pubblica sull’operato della magistratura.
Una cosa totalmente diversa sono le delegittimazioni generiche e pregiudiziali, gli insulti, le accuse generiche, senza l’indicazione del processo o dell’atto che viene contestato. Spesso ad essere sotto accusa è proprio la possibilità che dei pubblici ministeri e dei giudici si occupino di un certo settore. Ne derivano problemi molto seri, che riguardano l’equilibrio dei poteri. L’autonomia della magistratuta, prevista dalla Costituzione viene di fatto messa in discussione.

La situazione è molto complessa e le risposte al problema non possono che essere molto meditate. Interventi dettati da improvvisazione, o peggio da finalità più o meno nascoste, possono solo peggiorare la situazione.

Non possiamo limitarci nemmeno a richiedere ai magistrati comportamenti generosi e scelte di buona volontà, anche se abbiamo esempi da cui non possiamo che trarre motivo di speranza. Uno di questi riguarda Alessandra Cerreti, uno dei tre giudici in Italia che in questo periodo sono diventati pm.  Lo troviamo sul Corriere del 13 marzo 2009.

Gip a Milano, lunga esperienza in tribunale in processi di criminalità organizzata ed economica e di terrorismo internazionale, la Cerreti prima di trasferirsi a Palermo andrà anche in applicazione per 6 mesi a Reggio Calabria dove la forte carenza di giudici ha causato di recente alcune scarcerazioni.
Non è la nostalgia a farla tornare nella sua terra (è messinese), ma, dice, lo «spirito di servizio e una sorta di dovere morale nei confronti di uffici giudiziari particolarmente esposti, in cui i colleghi sono costretti a operare in situazione di difficoltà».

E chi resta invece di andar via? Forse non sbaglia il presidente dell’Anm quando dice che gli incentivi dovrebbero andare «anche a chi resta lì a lavorare nei sacrifici».

Leggi gli altri articoli del dossier

Procuratore cercasi (1). Le carenze di organico in Sicilia

Procuratori cercasi (2). Perchè mancano

Procuratori cercasi (3). Gli interventi del governo

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