Il magistrato Anna Canepa

Il magistrato Anna Canepa

Le mafie si stanno infiltrando in modo sempre più profondo nelle maglie delle attività economiche e finanziarie. E’ un grido di allarme che risuona con sempre maggiore insistenza. Ci mette in guardia e ci svela una realtà poco appariscente ma molto pervasiva.

Recentemente ne ha parlato il magistrato Anna Canepa, nel corso di un incontro con gli studenti dell’Università Bicocca di Milano svoltosi il 13 maggio scorso, a cui hanno partecipato anche I. Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, e F. Forgione, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia.

Singolare la figura di questa donna magistrato: ligure di nascita, ha fatto le sue prime esperienze da giudice alla procura di Caltagirone alla fine degli anni ’80, per poi tornare volontariamente  in Sicilia, per un anno a Gela nel 2009.

Nel suo attuale incarico di sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia si occupa di analisi e coordinamento su Lombardia e Liguria.

Proprio a Genova e Imperia ha portato avanti diversi processi che hanno accertato la presenza nella regione di Cosa nostra e ‘ndrangheta. Con un’immagine molto efficace ha affermato che “l’impresa non è più per le mafie un limone da spremere ma una pianta da coltivare e far fruttare”.

Ciò vale sia nelle zone in cui prevalgono i flussi della spesa pubblica, generalmente accompagnata da una tanto forte, quanto anomala, presenza di grandi centri commerciali, sia nelle zone in cui sono presenti soprattutto insediamenti produttivi e attività finanziarie.

Nel primo caso, in particolare, si radica un nuovo rapporto con pezzi del mondo politico, che non sono più solo i “referenti” della mafia. Come nota F. Forgione, essi cercano il rapporto con la mafia per costruire consenso politico: i ‘mostri commerciali’ infatti non servono solo a riciclare capitali sporchi ma, nella fase della gestione delle assunzioni, spesso controllata dalla politica, si traducono in clientelismo e quindi in voti.

Attraverso lo strumento della corruzione la mafia è diventata parte integrante di uno sviluppo economico distorto, nel quale l’economia reale ha inglobato al suo interno una notevole quantita’ di risorse della mafia.

Anche lo stesso attuale presidente della Commissione parlamentare antimafia, G. Pisanu, si è spinto ad affermare che sono stati trovati “ampi riscontri a ciò che già ci era chiaro. Le mafie italiane si stanno, in forme diverse rispetto alle regioni di origine, radicando sempre di più nel centro Nord Italia”.

Un altro magistrato antimafia, il sostituto Roberto Pennisi, per descrivere la capacità di infiltrazione della ‘ndrangheta nel tessuto economico della Lombardia,  non esita a paragonare Milano a Reggio Calabria: e a Milano stanno per piovere i soldoni per Expo 2015.

Questo fenomeno poi tende ad accentuarsi proprio nei momenti di crisi economica come quello attuale: la grande disponibilità di liquidità consente alla mafia di infiltrarsi ancora più a fondo nel sistema produttivo.

A fronte di questo pericolo gravissimo, secondo la Canepa, la classe politica italiana – non si sa quanto inconsapevolmente – sta attuando una strategia legislativa che certo non è fatta per contrastare fino in fondo il dilagare della borgesia mafiosa: la stretta sulle intercettazioni e lo scudo fiscale sono solo i due esempi più rilevanti.

D’altra parte sono innegabili i successi investigativi messi a segno in questi ultimi tempi contro le varie cosche. Sorge allora una domanda: cosa si nasconde in realtà dietro questa sorta di strabismo con cui il mondo politico fa i conti con il fenomeno mafioso?

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