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Sono passati due anni dalla nomina di Massimo Russo ad Assessore regionale alla sanità e poco più di un anno da quando è stata varata la riforma sanitaria in Sicilia.

L’obiettivo era di rivoluzionare le modalità di gestione della salute, essere più vicino ai bisogni della popolazione, ridurre gli sprechi e valorizzare le risorse, indicare per la prima volta gli obiettivi a cui vincolare i direttori generali, sottoporre le consulenze all’autorizzazione assessoriale, ecc.

A leggere il resoconto (aggiornato agli ultimi mesi del 2009) dell’Assessorato regionale si rileva che gli sforzi maggiori sono stati orientati al contenimento della spesa (piano di rientro) e al tentativo di riorganizzare l’offerta sanitaria.

Era sicuramente un primo passo necessario e siamo consapevoli che alcune critiche sono state a volte poco limpide e strumentali per riappropriarsi della fetta di spesa più rilevante in ambito regionale.

Certamente è vero però che i direttori generali non sono stati capaci di orientare il risparmio a seconda delle priorità: anche il peggior padre di famiglia non avrebbe ridotto tutto indiscriminatamente, ma avrebbe fortemente limitato le spese superflue (ristorante, abbigliamento non indispensabile, ecc.) mantenendo inalterata la spesa necessaria ( cibo per bambini, pannoloni per incontinenti, ecc.).

Cosa è successo invece? E’ stato tagliato tutto del 10%, così gli utenti si sono visti bloccare la fornitura di farmaci e presidi sanitari indispensabili fino a fine anno (eravamo nell’autunno del 2008). Era necessario avere un manager per un’operazione di aritmetica così semplice?

Probabilmente per alcune riforme il tempo è ancora breve: certi cambiamenti hanno tempi più lunghi, ma ci sembra che manchino alcune condizioni necessarie perché le riforme si realizzino:

1. La nomina politica di manager e primari. I precedenti manager sono stati tutti cambiati, ma molti direttori sanitari da essi nominati hanno perlopiù cambiato sede ma non incarico. Questo certamente non li rende autonomi e pienamente responsabili nelle loro scelte.

E’ noto, ad esempio, che quattordici su diciassette manager della sanità siciliana sono riconducibili alla maggioranza di governo regionale. E poi, la scelta dei primari da parte dei direttori ha migliorato l’offerta sanitaria?

2. Continuano ad essere esternalizzati molti servizi che potrebbero essere svolti in proprio, così come si è fatto con il taglio per le consulenze.

Perché, ad esempio, si continua a esternalizzare l’offerta per prenotare le visite specialistiche, con costi sicuramente maggiori, quando al proprio interno vi sono le risorse per gestire in modo adeguato questo servizio? E siamo sicuri che l’affidamento del servizio di pulizia così come quello dell’assistenza informatica e tecnica a ditte esterne sia più conveniente? Vogliamo vedere quanto si spende e quanto costerebbe se svolto in proprio?

3. La disomogenea distribuzione delle aziende sul territorio regionale (alcune ASP con 200.000 abitanti, altre con oltre 1 milione). Anche se è vero che limitare a una per provincia le aziende territoriali ha permesso di bloccare le numerose proposte di eccezioni. Solo per Catania si parlava di prevedere tre aziende, per differenziare il territorio di Bronte e quello calatino.

4. Il mancato raccordo tra le aziende territoriali e le aziende ospedaliere con obiettivi non sempre conciliabili.

5. La difficoltà di redistribuire sul territorio l’offerta ospedaliera che vede sovrabbondanza di presidi nelle grandi città e carenza nelle zone periferiche e montane.

Le critiche all’operato dell’Assessorato sono tante, a volte funzionali ad interessi particolari, altre volte, però, ci sembra che le questioni sollevate abbiano qualche ragione di fondo. Una proposta di legge di iniziativa popolare , ad esempio, tendente a riformare la legge regionale 5 del 2009, è stata recentemente presentata, a Caltagirone, da PD, Italia dei valori, Sinistra, ecologia e libertà e dai principali sindacati.

L’ obiettivo è quello di raccogliere le firme, entro i 90 giorni stabiliti dalla legge,  per una proposta che mira a ridurre i margini di discrezionalità , da parte del governo regionale, nella scelta di manager e primari, e l’ istituzione di una seconda azienda sanitaria locale nelle province di Palermo, Catania e Messina.

Il senatore I. Marino, che ha chiuso i lavori della conferenza di presentazione, ha proposto, ad esempio, che sia una commissione di cinque tecnici provenienti da regioni diverse a valutare la carriera dei primari e che i direttori generali siano nominati da un albo nazionale sulla base del loro curriculum.

A noi interessa solo che la lottizzazione delle nomine abbia fine e che il mantenimento di strutture sanitarie non sia utile al consolidamento di forme clientelari di potere politico o  solo a chi in esse lavora, ma soprattutto ai bisogni di salute reali dei siciliani.

Leggi anche l’articolo di Vincenzo Borruso su Asudeuropa (pag. 10 del numero del 31/05/2010).

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