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“Del Ponte sullo Stretto in Cosa Nostra se ne parlava già da tempo. E lì ci devono mangiare tutti […] e fino a quando le cose non verranno “messe a posto”, questo ponte non lo faranno mai. Questo glielo posso assicurare al mille per mille perché Provenzano lo ripeteva sempre: “minchia” se fanno ‘u ponte ce ne sarà per tutti!”. Questa dichiarazione del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi permette ad Antonio Mazzeo , autore de “ I padrini del Ponte”, di sintetizzare il ruolo che le mafie potrebbero avere nella costruzione di questa grande opera, che nei programmi elettorali nazionali (Berlusconi) e regionali (Lombardo) ha assunto un ruolo centrale, una sorta di monumento con cui consegnarsi alla storia.

Nella prefazione al testo, Umberto Santino riflette su quello che potrebbe accadere, invitando il lettore a non rimanere all’interno del vecchio clichè per il quale l’intervento della criminalità organizzata è sostanzialmente confinato all’interno di un ruolo parassitario-predatorio. Ed è, probabilmente, questo il merito maggiore di Mazzeo (oltre alla puntuale e precisa documentazione che accompagna tutto il racconto), quello, cioè, di individuare l’esistenza di una mafia finanziaria che, forte di un’ enorme accumulazione illegale, è in grado di giocare un ruolo da protagonista fra i grandi gruppi imprenditoriali a livello internazionale. Una mafia, insomma, che non è solo “pizzo e subappalti”.

Come viene dimostrato dall’autore, grazie alla ricostruzione di un’operazione della mafia siculo-canadese pronta a investire i proventi dei traffici criminali in cooperazione con soggetti finanziari “insospettabili”, in un intreccio nel quale tra accumulazione legale e illegale, tra economia del petrolio ed economia della droga è difficile distinguere i due flussi. Così come è impressionante ritrovare, e le storie sono tutte puntigliosamente documentate, fra i protagonisti di questo universo che gira intorno al Ponte, personaggi che, nonostante, dubbie frequentazioni e condanne continuano ad essere protagonisti nei più riservati salotti finanziari italiani. O incontrare, ancora una volta, gli adepti, con tanto di tessera, del “venerabile” Licio Gelli.

Non produce, infine, minore impressione leggere che “nelle intercettazioni risalta la piena consapevolezza delle regole mafiose imposte dalle organizzazioni criminali e l’adeguamento ad esse da parte delle grosse imprese”, si sta parlando dei colossi italiani del settore costruzioni.

In questo quadro rimane ovviamente centrale il ruolo della politica. Come in altri settori, anche in questo caso l’orientamento del governo Berlusconi è quello di limitare i controlli e concentrare i poteri decisionali.

Non stupisce, perciò, che i ministri delle Infrastrutture (Matteoli) e quello dell’Economia (Tremonti) abbiano nominato Commissario straordinario Pietro Ciucci. Come scrive il Corriere della Sera: “nessuno prima di lui aveva avuto nelle mani tanto potere sulla stessa opera pubblica: insieme commissario, capo della concessionaria e azionista della stessa”. Conclude Mazzeo:” in un’area del mezzogiorno dalle mai attenuate relazioni feudali, la più grande delle opere pubbliche sarà mero oggetto di contrattazione tra un signore plenipotenziario, un paio di vassalli e i manager di colossi economici dai piedi d’argilla”.

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