Come in tutta Italia, anche a Catania lo sciopero degli scrutini, proposto dal movimento dei precari e da tanti coordinamenti indifesa della scuola pubblica e proclamato dai COBAS e da altri sindacati di base, ha ottenuto risultati significativi. Dai dati ancora parziali, e destinati a crescere, in possesso degli organizzatori, risulta che vi hanno partecipato docenti di oltre 40 scuole di ogni ordine e grado, in molte delle quali lo sciopero ha bloccato il 100%100 degli scrutini programmati.

Se l’obiettivo, di fronte ad un attacco senza precedenti all’esistenza stessa della scuola pubblica, era quello di esprimere un netto e radicale dissenso, non c’è dubbio che sia stato pienamente raggiunto. Siamo di fronte a un dissenso che riguarda, nello stesso tempo, il tentativo di svuotare di senso il lavoro scolastico e l’attacco alle condizioni economiche.

Chi ha proclamato lo sciopero sapeva perfettamente che non avrebbe raggiunto risultati “concreti” e ciò a causa di una normativa antidemocratica e lesiva dei diritti sindacali. Infatti, nella scuola, e i sindacati firmatari dei contratti nazionali (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA) non hanno mai rimesso in discussione queste regole, il diritto di sciopero è solo parzialmente garantito.

Queste le leggi capestro attualmente in vigore: non possono essere effettuati scioperi a tempo indeterminato; non si può scioperare più di 40 ore (equivalenti a 8 giorni per anno scolastico) nelle scuole materne ed elementari, non più di 60 ore (equivalenti a 12 giorni) negli altri ordini e gradi d’istruzione, non più di due giorni consecutivi e tra un’azione di lotta e la successiva deve intercorrere un intervallo di tempo non inferiore a dieci giorni; gli scioperi proclamati e concomitanti con le giornate nelle quali è prevista l’effettuazione degli scrutini finali non devono differirne la conclusione nei casi in cui il compimento dell’attività valutativa sia propedeutico allo svolgimento degli esami conclusivi dei cicli d’istruzione. Negli altri casi, i predetti scioperi non devono comunque comportare un differimento superiore a 5 giorni rispetto alla scadenza programmata della conclusione.

Paradossalmente, proprio l’esistenza di questi limiti rende ancora più significativo il successo dello sciopero. Soprattutto in un momento nel quale, come nel caso della FIAT di Pomigliano d’Arco, si assiste a ricatti intollerabili, sintetizzabili nella formula: se vuoi lavorare devi rinunciare ai tuoi diritti. Ricatti ben conosciuti nel Sud, dove il “lavoro in nero” è la regola.

Sicuramente, alla riuscita dello sciopero, ha contribuito il rifiuto delle proposte economiche del governo Berlusconi, già approvate da un ramo del Parlamento, che prevedono il blocco per tre anni degli scatti di anzianità (i “gradoni”), che non verranno più recuperati, e provocherà un furto medio di 30 mila euro per l’intera carriera di docenti ed ATA, con punte di 45 mila euro (fonte COBAS scuola).

Ma ha, anche, influito positivamente una rinnovata solidarietà fra i lavoratori della scuola, con la creazione di “casse di resistenza” con le quali chi non poteva partecipare all’ astensione dal lavoro (non avendo scrutini nei giorni interessati) ha contribuito a sostenere le spese di chi ha scioperato. In sostanza, una conclusione “non pacifica” dell’anno scolastico ( l’anno della controriforma Gelmini-Tremonti) che dimostra come lo stravolgimento dei programmi di studio e i tagli occupazionali siano tutt’altro che digeriti e che la difesa della scuola pubblica sta, ancora, a cuore a molti.

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