Su 4.037 diplomati con 100 e lode agli ultimi esami di stato (maturità) ben 2.016 provengono dalle regioni meridionali e dalle isole, più del doppio di quelli del Nord.

Come negli anni precedenti, autorevoli giornalisti del più diffuso quotidiano nazionale (Il Corriere della sera) hanno denunciato l’anomalia di questi dati. Ovviamente la verifica è impossibile, ma sarebbe stato interessante leggere cosa avrebbero scritto tali commentatori di fronte a risultati opposti.

Né dovrebbe stupire l’ottima performance della regione Calabria (al top della graduatoria), visto che la Gelmini (strenua fautrice della meritocrazia) scelse di trasferirsi dalla Lombardia proprio in Calabria per sostenere gli esami di abilitazione all’esercizio della professione forense.

Non possiamo dubitare che la sua fu una nobile decisione determinata dalla convinzione di trovare, nella regione dei Bronzi, commissioni esaminatrici più serie e rigorose.

Quello che, invece, stupisce, a fronte di tale capillare diffusione di dati, è la totale mancanza di riflessione sulle caratteristiche degli esami, come se i risultati arrivassero “a prescindere”. Per parte nostra, proveremo, invece, ad articolare la riflessione proprio sul momento conclusivo dell’intero processo scolastico.

L’esame si articola in tre prove scritte e in un colloquio orale, che inizia con un argomento interdisciplinare proposto dai candidati e prosegue con domande dei docenti sull’intero programma dell’ultimo anno. Due prove scritte sono proposte, tenendo conto dei diversi indirizzi scolastici, dal Ministero, la terza varia per tipologia e argomenti trattati ed è decisa dalle singole commissione esaminatrici.

Visto che da più parti si pone l’esigenza di determinare strumenti nazionali di valutazione dello stato dell’arte (attualmente va di moda la somministrazione di test, che, a dispetto di ogni evidenza pedagogica e didattica, vengono indicati quali “rilevatori oggettivi”), non sarebbe il caso di utilizzare la cosiddetta terza prova, nella forma della trattazione sintetica e con un testo unico per ogni indirizzo, per verificare la preparazione generale dei ragazzi sugli argomenti fondamentali di quattro o cinque discipline studiate nell’ultimo anno?

Forse avremmo dati più seri su cui riflettere ed eviteremmo di leggere osservazioni come queste elaborate dai ricercatori dell’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) a commento dei risultati delle prove nazionali appositamente somministrate all’esame di Stato di fine primo ciclo: “Dove maggiore è la diseguaglianza del reddito è anche più elevata la varianza totale degli apprendimenti dei ragazzi e la quota di quest’ultima che va imputata alla differenza dei risultati tra scuole”.

Si tratta di osservazioni che, più semplicemente, potrebbero essere espresse rilevando che le disuguaglianze sociali si riflettono sui risultati dello studio; ovviamente le condividiamo, e per questo vorremmo una scuola capace di rimuovere tali difficoltà e di promuovere la mobilità sociale.  Se, però, è consentita una battuta polemica, c’era bisogno di questa ricerca nazionale per giungere a conclusioni che ricordano la “scoperta dell’acqua calda”? non sarebbe stato meglio spendere diversamente le scarse risorse di cui dispone la scuola?

Rispetto alla prova orale c’è da dire che i “percorsi” proposti dai ragazzi, spesso “ripresi” dai tanti siti presenti in rete e sempre più raramente brillano per originalità. Le domande fatte dai docenti, se non si vogliono mettere in difficoltà i candidati (anche i più bravi), riguardano le problematiche generali delle singole materie. Peraltro, pretendere che i ragazzi rispondano adeguatamente sull’intero programma di tutte le materie sarebbe come se all’Università ogni allievo dovesse sostenere, in un solo appello, tutti gli esami relativi alle materie dell’anno in corso. Ragionare su una riduzione della quantità a favore di una migliore qualità del lavoro, potrebbe rappresentare un’ interessante ipotesi di lavoro.

Infine, le commissioni esaminatrici sono formate da un Presidente, tre Commissari esterni e tre interni. Per motivi economici, i quattro membri esterni provengono, quasi sempre, dalla stessa città, o, comunque, dalla stessa provincia della scuola dove si svolgono gli esami. E’ evidente che tutto ciò, se non vogliamo essere ipocriti, incide non sempre positivamente sulla conduzione stessa della prova.

Tornare a Commissioni “veramente esterne” (nazionali) ridarebbe maggiore serenità al lavoro e contribuirebbe, grazie al confronto fra situazioni realmente differenti, a riaprire la riflessione sulla necessità di una proposta educativa unitaria.

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