Su alcune spiagge siciliane questa estate sono apparsi dei cartelli contro le trivellazioni petrolifere. Molti attivisti si sono mobilitati infatti contro i progetti di esplorazione dei fondali dell’isola.

Anche le autorità regionali hanno contestato la linea del governo nazionale, che non solo intende autorizzare queste ricerche, ma ne ha tenuto all’oscuro gli amministratori locali. Molti di essi hanno dichiarato di aver “saputo solo dai mezzi di informazione dell’imminente costruzione di nuove piattaforme”.

I sindaci dei comuni costieri della Sicilia meridionale e occidentale, di destra e di sinistra, riuniti in seduta straordinaria a Sciacca il 12 agosto, hanno costituito un coordinamento che “persegua lo scopo di impedire l’effettuazione di ricerche petrolifere su tutto il Territorio ed il Mare di Sicilia”.

L’Assemblea regionale, dal canto suo, ha approvato la mozione n. 194 “Interventi in ordine al progetto di ricerca di idrocarburi ‘D 354 C. R-SL’ al largo delle coste di Sciacca e Menfi, in provincia di Agrigento, e Castelvetrano, in provincia di Trapani”. Il resoconto della discussione in aula si può leggere sul sito L’altraSciacca.

Il Comune di Sciacca ha, inoltre, presentato un esposto alla Procura contro la piccola compagnia petrolifera San Leon srl, che ha ricevuto la concessione ai sondaggi da parte del ministero dello Sviluppo Economico e che si accinge a cercare il greggio a pochi chilometri dai templi di Selinunte.

Su questa compagnia petrolifera, e sullo studio realizzato per suo conto dalla Peal Petroleum, c’è anche un piccolo giallo. Pare infatti che i geologi di quest’ultima abbiano costruito uno studio di impatto ambientale realizzato con copia e incolla da altri documenti riguardanti i monti Iblei, il porto di Ancona e magari qualche altro sito. Ne ha parlato il venerdì di Repubblica del 27 agosto.

Ma ci sono dei lavori già in corso. Un’impresa australiana, la Adx, ha da qualche tempo iniziato le trivellazioni vicino l’isola di Pantelleria. Il giacimento, chiamato Lambouka-1, si trova in acque tunisine, ma dista solo poche miglia da Pantelleria. Proprio qui è prevista la creazione di una riserva marina, anche perchè dal 2009 vi sono stati individuati dei giardini di corallo.

Tutto il Canale di Sicilia è stato identificato dall’Unep (programma ambientale dell’ONU) come un’area da tutelare. Abitato da balene e delfini, ospita la riproduzione di tonni, tartarughe e pesci spada. Non è quindi fuori luogo la dichiarazione dell’assessore regionale al territorio, Roberto Di Mauro: “Non siamo contro lo sviluppo ma queste attività mettono a rischio la nostra risorsa principale: l’ambiente”.

Il direttore esecutivo della Adx, Zimmer, confessa tuttavia di non sapere nulla dell’esistenza di coralli e di ritenere di stare scavando nel fango…

Alla difesa del mare, del paesaggio, dell’archeologia, delle attività di pesca, si aggiunge la paura di possibili disastri, soprattutto da quando si sono verificati eventi come la fuoriuscita del greggio nel Golfo del Messico e la recentissima esplosione nella baia di Vermillion in Louisiana.

In caso di incidente ci sarebbero i mezzi per intervenire? Non importa se il citato impianto della Adx si trova in acque tunisine. E’ comunque più vicino a Pantelleria e verso Pantelleria si dirigono le correnti, che trascinerebbero con sé il greggio. Ma a Pantelleria non ci sono navi in grado di affrontare una fuoriuscita di petrolio. E manca un coordinamento tra i paesi del Mediterraneo che permetta di gestire emergenze di questo tipo.

Eppure pare che i rischi di incidente siano sempre alle porte. Sul sito L’altraagrigento.it leggiamo che “secondo il bollettino del 3 Agosto, causa maltempo e problemi vari, gli operatori hanno avuto problemi ad installare il B.O.P. (Blow up Preventer), lo strumento che protegge dalle improvvise sovrappressioni e risalite di petrolio e gas (per intenderci, si tratta di quello strumento che non ha funzionato nel golfo del Messico; qui addirittura non è ancora montato).”

Come se non bastasse, il comportamento del governo nazionale appare piuttosto contraddittorio. E’ stato l’ex ministro Scajola ad emettere 20 nuove licenze per esplorazioni petrolifere al largo delle coste italiane, di cui dodici in Sicilia. La scelta del ministero è stata quella di puntare sulle trivellazioni. Ma i tagli operati al budget di corpi come quello della Guardia costiera hanno di fatto ridotto la capacità di intervento in caso di necessità.

Il ministro dell’ambiente, Prestigiacomo, dal canto suo, ha cercato di invertire la rotta o almeno di limitare il danno. Ha fatto approvare in Consiglio dei ministri un divieto di trivellare entro cinque miglia dalla costa (entro dodici nelle aree protette). Il divieto è tuttavia inefficace sui permessi gia’ concessi (La Stampa, 17 agosto). Ha successivamente proposto una moratoria delle trivellazioni in acque profonde per dare tempo all’Europa di definire una strategia comune.

Il decreto della ministra siciliana impedisce la “ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi … all’interno delle aree marine protette per scopi di tutela ambientale”. Questo intervento dovrebbe salvare i siti protetti, ma “non garantisce tutte le zone non vincolate come il Canale di Sicilia e il mare di Pantelleria”. Lo fa notare un Comunicato di Legambiente.

Qualcuno potrebbe consolarsi pensando che noi siciliani, se si trova il petrolio, almeno ci arricchiremo. Niente affatto. Secondo quello che scrive Laura Anello sulla Stampa del 17 agosto, già oggi le compagnie impegnate a Gela e a Ragusa guadagnano 300 milioni all’anno, ma danno alla Regione solo 420 mila euro di royalties. Una miseria.

Sulle trivellazioni offshore, inoltre, la Regione non ha potere, può solo esprimere un parere vincolante. La questione potrebbe diventare merce di scambio nel confronto tra Berlusconi e Lombardo. E non è detto che quest’ultimo faccia i nostri interessi…

La partita comunque non è ancora chiusa. E’ possibile giocare un ruolo. Anche su Internet molti fanno sentire la propria voce. E’ nato persino un Comitato contro le trivellazioni, che ha un sito dal significativo nome di NoTriv.

Del problema parlano anche i giornali esteri, come dimostra il sintetico e documentato articolo di Eleonora de Sabata e Guy Dinmore, “Le trivelle minacciano il canale di Sicilia”, pubblicato dal Financial Times e  riportato su Internazionale del 20 agosto 2010.

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