Catania è l’unica università italiana a aver attuato il numero programmato in tutti i corsi di laurea, sia triennale che magistrale. I test d’accesso si sono tenuti all’inizio di questo mese. Non sono riusciti ad accedere a nessun corso di studi circa tremila ragazzi sui dodicimila che hanno fatto domanda.

La scelta di chiudere i corsi risponde a una necessità di razionalizzazione delle spese, diretta conseguenza della politica economica del governo nazionale. La legge 270/2004 e le relative note ministeriali obbligano le facoltà a fare una stima preventiva dei costi di gestione della didattica, stabilendo tra le altre cose anche il rapporto fra numero di docenti e numero di studenti. Quale sistema migliore per prevedere quante saranno le matricole se non quello di stabilirlo a priori?

Da più parti ci si è chiesto se il test d’ingresso consenta un introito consistente per l’ateneo, con il quale recuperare almeno un po’ di finanziamenti in un periodo buio. Di certo quei quaranta euro che è stato necessario sborsare per sostenere ciascuna prova, moltiplicati per il numero degli studenti che hanno partecipato almeno a una selezione, danno come risultato una bella sommetta. Ci permettiamo però di dubitare della convenienza dell’operazione. Quanto sarà rimasto nelle casse dell’università dopo aver pagato la ditta che prepara i test e li valuta, il corriere per la ricezione e spedizione dei pacchi di ciascun concorso, i locali, la vigilanza, le commissioni, il personale di pulizia a ciclo continuo, il materiale di cancelleria, la bottiglietta d’acqua data a ciascun candidato, eccetera? Non ci stupiremmo se, almeno per alcuni corsi, l’università ci abbia rimesso. Ad ogni modo, risulterà dal bilancio consuntivo.

È facile comprendere che sia una necessità reale programmare e limitare il numero degli studenti in facoltà e corsi di laurea molto richiesti o che hanno necessità di attrezzature particolari, costose e di difficile gestione. I posti banditi, confrontati con il numero di coloro che si sono immatricolati -dati del MIUR- nell’anno accademico 2009-2010, sono in alcuni casi molto inferiori: il tanto amato e odiato corso di laurea in scienze della comunicazione l’anno prossimo accoglierà solo 300 nuove matricole, a fronte di 732 immatricolati nel 2009. Altre volte i numeri rimangono invariati. È il caso di giurisprudenza, che bandisce solo 9 posti in meno rispetto agli immatricolati 2009: 1250 contro 1259, cifra tonda. Per alcuni corsi la programmazione è stata concordata con gli stessi numeri e criteri su tutto il territorio nazionale dalla conferenza dei presidi dei corsi omologhi.

Ci sono tuttavia alcuni corsi di laurea in cui i  posti disponibili sono in numero superiore a quello degli studenti iscritti per la prima volta l’anno scorso: per esempio filosofia, con 150 posti a fronte di 108 iscritti nel 2009, o matematica, che ha bandito 75 posti contro i 49 iscritti dell’anno scorso. Sembra quasi che si abbia l’intenzione di dirottare gli studenti verso questi corsi di studio meno affollati. Potrebbe essere un sistema per non perdere nel complesso troppi iscritti. E’ facile pensare che qualche corso con pochi iscritti abbia sperato di approfittare del sovraffollamento di altri.

In alcuni casi, specie per le lauree magistrali (chiamate fino ad ora specialistiche), i posti a disposizione sono stati più degli studenti che si erano iscritti. Perché tenere lo stesso la prova? Per quanto riguarda il secondo livello, è presto detto: la legge prevede che si debba comunque verificare la presenza dei requisiti di competenza necessari per iscriversi al corso: chi non è idoneo a proseguire dovrebbe restare fuori anche se il numero di ammessi fosse inferiore a quello previsto. Non accade così alla triennale. Quelli che superano il minimo del punteggio, previsto dal bando pena l’esclusione, ma non raggiungono il tetto necessario per l’ammissione senza debiti, si possono ammettere con debiti formativi, che saneranno durante il corso. Non ci si immagina come, dato che è difficile pensare che in pochi mesi sia possibile colmare lacune accumulate in anni.

Il numero programmato è stato spacciato anche per strumento utile a limitare la dispersione. Noi pensiamo che la selezione all’ingresso potrebbe non essere determinante: anche nella migliore delle ipotesi i test possono misurare le nozioni o le attitudini di un ragazzo prima dell’accesso all’università, ma non garantiscono che riesca a affrontare lo studio universitario, né possono indagarne la motivazione ad andare avanti. La selezione vera si farà durante il percorso di studi.

Inoltre, tanti studenti, pur di non restare fuori dall’università, si sono iscritti alle prove di ammissione di più corsi, anche del tutto estranei alle loro preferenze, alle competenze acquisite alla scuola superiore, alle loro attitudini e ai loro interessi. Il pezzo di carta pergamena da appendere al muro non ha perso un briciolo di fascino. Ma la fascinazione per il titolo di dottore non rischia di generare degli sbandati, incapaci di scegliere la strada più adeguata per sè?

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