Il 5 settembre scorso veniva ucciso per mano di camorra Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, paesino del Cilento di cui aveva favorito lo sviluppo fondato soprattutto su un turismo capace di coniugare il rispetto per l’ambiente con la sua valorizzazione economica.

La stampa nazionale, troppo impegnata a ravanare sulle case monegasche di Fini e famiglia (allargata), si è limitata a riportare il fatto quasi come un ‘normale‘ episodio di cronaca nera e lo ha presto dimenticato.

A distanza di qualche settimana noi vogliamo ricordare l’eccezionale statura morale, culturale e politica di Vassallo, riportando il testo di una email, letta il 10 settembre, nel corso di Prima pagina di RadioTre (una delle pochissime testate che ha dedicato ampio e documentato spazio all’avvenimento).

Vi si parla di un oscuro geometra, impiegato dell’ANAS, probabilmente catanese, morto di leucemia, impegnato a controllare la qualità dei materiali impiegati per l’esecuzione di grandi opere pubbliche come l’autostrada CT – PA e la tangenziale di Catania.

La nipote, Silvia Laura, lo ricorda come un “eroe normale” che, obbedendo al senso del dovere, aveva respinto ripetuti tentativi di corruzione, e, per questo, era stato diverse volte minacciato e anche picchiato.

“Un giorno, afferma la donna, un ingegnere gli tirò in testa una lampada da tavolo perché aveva rifiutato 15 mila euro per farsi corrompere sugli appalti della tangenziale di Catania”.

A sottolinearne l’analogia, pochi giorni dopo l’omicidio di Vassallo veniva pubblicata sul Corriere della sera una lettera di Umberto Ambrosoli, Mio padre e la difesa del pubblico interesse , con cui ricordava la vicenda del padre Giulio Ambrosoli, commissario liquidatore della banca di M. Sindona, legata agli interessi della mafia italo-americana, per ordine della quale era stato ucciso.

In essa si sottolinea in particolare il peso della ‘responsabilità’ connessa alla scelta di fare il proprio dovere, in qualunque situazione ci si trovi a vivere, soprattutto quando si ricopre un ruolo pubblico.

Stridono terribilmente con queste parole quelle pronunciate da G. Andreotti sull’omicidio di Ambrosoli, nel corso di un’intervista trasmessa nella puntata di La Storia siamo noi del 09.09.10: “Se l’andava cercando”.

Stridono ma segnano anche l’incolmabile distanza fra due concezioni radicalmente diverse del bene comune.

Ecco infine una breve sequenza tratta dal film Un eroe borghese che Michele Placido ha girato basandosi sul libro-inchiesta di C. Stajano relativa all’omicidio di Ambrosoli. Il film è del 1991, ma il discorso fatto da Michele Sindona in questa sequenza è purtroppo di un’agghiacciante attualità.

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One Response to “Solo il proprio dovere. In memoria di Angelo Vassallo”

  1. a proposito della morte di questo onesto cittadino mi preme rilevare che nessuno ha detto e scritto che gli uffici tecnici comunali sono i veri responsabili della distruzione del territorio.Parlare di mafia consente solo di sviare l’argomento e toccare altri poli.I veri responsabili si trovano annidati negli uffici comunali. Un esempio è presto fatto e rimarrà inascoltato perchè formato da personale vicino o legato ai marpioni che hanno messo le mani sulla città e sulle coste:A proposito del porto turistico adiacente il torrente Acquicella bisogna solo accertare in che misura è stata resa possibile la vittoria giudiziaria dell’Acqua Marcia. Se si leggono le sentenze del TAR Catania si nota che il Comune di Catania per mano del suo ufficio legale non si è costituito in giudizio ed ha lasciato la società romana arbitra e sola di mettere le mani sul porto. I giudici del TAR hanno dato ascolto alla sola difesa dell’Acqua Marcia.Era scontato.A questo punto una sola cosa rimane da fare: scardinare le porte degli uffici comunali e vedere quante persone dirigono da quel sito affari che riguardano i beni demaniali.Crerdo che se i vizi e le gravi occupazioni di beni pubblici vengono denunciati in maniera mirata si evitano le accuse facili rivolte alla Mafia che non ha volto e nome.Da questo punto di vista i politici riescono ad avere la meglio facendo ricorso al gergo comune e generico di mafia e lasciando le Procure arbitre di individuare i responsabili.In fondo, cari amici, Totò Riina o Santapaola pagano per gli altri che si godono il sole.

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