E’ giovane Majed Abusalama, ha appena 22 anni. E’ palestinese, è venuto a raccontare come si vive nella striscia di Gaza.

Lo ha fatto ieri sera, nell’aula 2 del monastero dei Benedettini, introdotto da Enzo Pezzino, a nome della Convenzione per la pace, e con la traduzione dall’arabo di Souadou Lagdaf.

Ha parlato di suo padre, tenuto in carcere per 20 anni perchè faceva parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, perchè voleva difendere la propria terra dall’occupazione israeliana. I primi 15 anni prima del matrimonio, e poi altri 5 dopo la nascita di Majed. Venti anni di carcere, una vita. Un carcere duro, dove ha subito la tortura e mesi di isolamento. Dove ha fatto lo sciopero della fame per cercare di ottenere il riconoscimento dei diritti elementari. Da cui è uscito provato, sconvolto, violento, fino a picchiare i figli, che ama e che lo amano.

Ha raccontato della sua famiglia, fuggita nel ’48 dal proprio villaggio distrutto dagli Israeliani, trasferitasi a Gerusalemme, da cui è stata costretta a sloggiare per andare a vivere in un campo profughi. Ha parlato della nonna, uscita di casa con le chiavi in mano, nella convinzione che avrebbe potuto tornare e vissuta poi per 10 anni in una tenda. Sempre con le sue chiavi, a rappresentare un simbolo, una speranza.

Ha parlato del cugino, prigioniero bambino, uno dei 450 bambini rinchiusi nelle carceri israeliane. Non ne parlano i media occidentali. E tacciono anche degli ottomila prigionieri palestinesi nelle mani degli israeliani. Si soffermano piuttosto sulla sorte di Ghilad Shalit, l’unico prigioniero israeliano trattenuto nelle carceri palestinesi.

Ma tutta Gaza è un carcere, un luogo da cui non è possibile uscire. Un luogo tenuto sotto assedio, sotto embargo, in cui non può entrare nulla, né cibo, né farmaci, né acqua senza il permesso del governo israeliano. Un luogo dove il livello di povertà è dell’80%, quello della disoccupazione del 42%. Un luogo dove l’acqua non è potabile, dove l’energia elettrica, quando c’è, arriva per quattro-cinque ore al giorno, dove le case abbattute con le ruspe non possono essere riedificate. Un luogo dove nemmeno le città e i villaggi possono conservare il loro nome, perchè altri nomi vengono imposti affinchè le nuove generazioni non ricordino e si adattino.

Sono un milione e seicentomila gli abitanti di Gaza. Strappati al loro lavoro di pescatori, perchè lo spazio di mare in cui possono pescare è sempre più limitato, e le barche sono spesso colpite dalle navi israeliane. Strappati alle loro terre coltivabili, proprio loro che erano essenzialmente contadini. Il margine di terra a loro destinato si assottiglia, come il colore verde sulla mappa che ci viene mostrata. Una radicale espropriazione.

Eppure non si arrendono. Lottano ancora per difendere la loro terra e soprattutto la loro dignità.
Un modo importante per lottare è quello di studiare, di fare studiare i propri figli. Tanto che la Palestina è uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di scolarizzazione.
A volte le scuole sono chiuse per mesi, molto spesso distrutte o bombardate. Ma nessuno desiste: dalla conoscenza nasce la resistenza. Dalla cognizione del diritto internazionale, dalla coscienza del valore dei diritti umani, nasce la volontà di avere giustizia. E insieme il proposito di costruire la pace, perchè senza giustizia non può esserci pace.

Questo non vuol dire che non si abbia paura. Soprattutto i bambini hanno paura. “Ho paura” è il titolo del video in cui Majed racconta, attraverso i disegni dei bambini di Jabalya, la sua esperienza di educatore. Bambini sorridenti, che vogliono sentir parlare di speranza, che vogliono coltivare i loro sogni, ma non possono non disegnare un bombardiere che vola sopra i fiori. Perchè le bombe fanno parte della loro esperienza, come il sangue, i carri armati e i morti per le strade. Bambini che hanno perso i genitori, la casa, che hanno vissuto per strada per paura di tornare a casa. Nessuna meraviglia se l’80% ha problemi psicologici.

Majed è venuto a raccontare tutto questo, a mostrare le foto e i video che dicono molto più delle parole. E’ venuto dalla Germania, dove sta seguendo un corso di giornalismo. Vuole fare il giornalista perchè è un modo per testimoniare, per fare conoscere la realtà del suo paese. Lo fa già attraverso il suo sito  www.gazareporting.com e la sua pagina di Facebook

E’ riuscito ad uscire da Gaza dopo quattro anni di tentativi e 15 visti mai utilizzati. E anche questa volta sarebbe stato fermato se non avesse deciso di tentare il tutto per tutto. E’ uscito attraverso uno dei tremila tunnel che gli abitanti di Gaza hanno scavato per far transitare le merci e le persone che non possono entrare o uscire dal paese alla luce del sole. Uno di quei tunnel in cui 350 ragazzi hanno perso la vita.

E’ uscito passando dall’Egitto e pagando per uscire, perchè per l’Egitto i tunnel della striscia di Gaza sono diventati un affare.

Scorrono le immagini dell’operazione Piombo Fuso, con i feriti, i morti e le case che crollano. Majed ricorda il massacro che ha chiuso il 2008 e aperto il 2009, un’esperienza che ha vissuto di persona e che non può dimenticare. E che noi non dobbiamo dimenticare.
Per fare sentire la nostra voce e chiedere che sia fatta giustizia. Come diceva il padre di Majed, non ci può essere pace se non c’è giustizia.

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