“ Le ecomafie sono business, sono silenzio, sono tacito accordo. Il puzzo del loro malaffare è coperto dalle parole rassicuranti di quelli che ripetono a oltranza che tutto va bene”, scrive Roberto Saviano nella prefazione a ‘Ecomafia 2010, le storie e i numeri della criminalità ambientale‘, il volume curato da Legambiente per fornire, annualmente, a tutti i cittadini un quadro completo su ciò che avviene nel territorio italiano.

In effetti, nel corso del 2009 sono aumentati, nel nostro Paese, le infrazioni accertate (+ 11%), le persone denunciate (+ 33,4%), quelle arrestate (+ 43%), i sequestri effettuati (+11%). Si tratta di dati relativi a infrazioni commesse nella gestione del ciclo dei rifiuti, in quella del cemento, relativi al furto di opere d’arte, a reati contro la fauna, alla pesca di frodo e al traffico di animali, alla violazione di norme edilizie e paesaggistiche.

La mafia controlla l’agricoltura, con un giro d’affari di 50 miliardi l’anno e 150 reati giornalieri accertati, dal furto di attrezzature alle estorsioni alle truffe nei confronti della UE. Condiziona buona parte dell’intera filiera agroalimentare “dalla produzione agricola all’arrivo della merce nei porti, dai mercati all’ingrosso alla grande distribuzione”(L Salici).  E specula sugli incendi dolosi.

E’ interessante notare, come fa Gemma Contin, che “nella ripartizione geografica, i reati ambientali si riducono nelle quattro regioni a tradizionale radicamento mafioso (Campania, Calabria, Puglia, Sicilia) mentre aumenta l’incidenza dei reati ambientali delle regioni del centro – nord”. Interessante perché è un’evidente conferma del fatto che le ecomafie, come da tempo denunciano i più attenti osservatori, hanno invaso l’intero Paese.

In Sicilia, il primo grande business è quello relativo alla gestione del ciclo dei rifiuti, le infrazioni accertate sono state ben 364 (quasi una per ogni comune dell’Isola) a conferma di tante, troppe, città lasciate in condizioni vergognose.

Un servizio, quello dello smaltimento dei rifiuti, che è in perdita per il servizio pubblico, ma che è fonte di notevoli profitti per le organizzazioni mafiose. Queste ultime, infatti, provvedono a smaltire illegalmente e al di fuori di ogni controllo, il materiale senza preoccuparsi dei danni, spesso irreparabili, provocati nel territorio.

Altrettanto importante, in Sicilia, ciò che avviene intorno al ciclo del cemento “nella sua duplice versione – sottolinea la Contin – del traffico di cemento impoverito […] e del giro di affari legati all’abusivismo”. Un ‘giro’ particolare, quello del cemento, in gran parte strettamente connesso con gli appalti pubblici e per questo in grado di coinvolgere non solo la mafia ma anche grandi imprese del nord, funzionari e dirigenti pubblici, rappresentanti politici. “La Sicilia – conclude la Contin – nel ciclo del cemento vanta diversi primati: 580 cave, circa 150 mila addetti secondo l’Ance; al primo posto in Italia per materiale estratto”.

Ovviamente, il cemento non serve solo per le opere pubbliche, e infatti Palermo e Catania occupano rispettivamente il settimo e l’ottavo posto nella graduatoria italiana dei ‘fabbricati non dichiarati’.

Per concludere, i dati sui reati ambientali nel solo ciclo del cemento in Sicilia, nel 2009, parlano di 718 infrazioni accertate, 915 persone denunciate, 532 sequestri.

Gemma Contin, Rifiuti e cemento il nuovo business mafioso, A Sud’Europa n° 32 del 13.09.2010

Luca Salici, I business delle ecomafie non solo rifiuti e cemento, Quotidiano di Sicilia, 5 giugno 2010 (riportato in mafieholding.wordpress.com)

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