Di fronte agli avvenimenti politici (per modo di dire) che hanno visto coinvolto il premier Berlusconi, molti cristiani, e non solo, si sono interrogati sulla scomoda posizione in cui si sono venuti a trovare la gerarchia e una parte del mondo cattolico. Noi abbiamo chiesto a don Pino Ruggieri, teologo che vive e insegna a Catania, una riflessione che aiuti a leggere la situazione nelle sue molteplici sfaccettature. Ecco il suo contributo.

Quando accadono alcuni scandali o alcuni fatti che comunque offendono il senso comune della giustizia e i vertici ecclesiastici non dicono nulla, tutti chiedono: perchè non denunciano come dovrebbero?

La domanda ha una sua giustificazione per il fatto che gli stessi vertici ecclesiastici invece gridano a voce alta di fronte ad un certo tipo di problemi; valga per tutti ricordare il caso Welby, per il quale si arrivò persino alla negazione dei funerali religiosi e quello Englaro in cui fu messo sotto accusa il padre della ragazza alla quale, dopo tanti anni di sofferenza e di degrado fisico quasi totale, era stata “staccata la spina”.

Al di là dell’indignazione che le compromissioni delle gerarchia generano in molti cristiani, ritengo opportuno proporre alcune riflessioni.

Occorre innanzitutto cogliere dove sta l’origine della contraddizione. Questa va situata nella strategia di alcuni ambienti della gerarchia ecclesiastica, rappresentati soprattutto dal card. Ruini, che ha dominato la politica ecclesiastica italiana durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

Si è scelto di ignorare la strada indicata dal Vaticano II per la missione della Chiesa, la via della povertà della Chiesa e dell’annuncio del vangelo ai poveri per seguire la stessa strada che ha percorso Gesù (Lumen Gentium, 8), a favore di una funzione di ‘fondazione morale’ della società e di una corrispondente azione che richiede mezzi adeguati per una presenza sociale forte. (Si può leggere a tal proposito l”analisi di Melloni in Melloni-Ruggieri, Il vangelo basta, Carocci 2010.)

In positivo si veda invece sulla rivista ‘Il Regno’, n. 20 del 2010, l’articolo sapiente di S. Dianich, Chiesa, che fare?. Sta nella scelta di quella strategia l’origine dell’alleanza dei vertici della Conferenza Episcopale Italiana con i governi di centro destra, contro quello del cattolicissimo, ma ‘laico’, Romano Prodi.

La recente misura dell’attuale governo che ha ripristinato i privilegi fiscali per le attività commerciali degli enti ecclesiastici testimonia, più di ogni altra cosa, la gratitudine dell’attuale maggioranza politica per questa scelta a proprio favore.

Sarebbe tuttavia un errore (nel senso che non corrisponde alla realtà) appiattire l’atteggiamento di tanta chiesa, ivi compresi alcuni vescovi, su questa ‘santa’ (si fa per dire) alleanza.

Non basta tuttavia questa comprensione delle cose. Non basta ‘leggere’ i segni dei tempi. La vita cristiana non è un fatto ideologico o politico (anche se in un certo senso lo è, nel senso di una politica della diversità). La novità che ha portato Gesù sta nel ‘Regno che viene’, cioè in una prassi di compassione per le sofferenze delle donne e degli uomini che porta alla loro guarigione e liberazione dalle potenze che dominano ‘questo’ mondo.

I discepoli di Gesù sono stati chiamati a questo: annunciate il vangelo del Regno, guarite dalle malattie, scacciate i demoni. E per adempiere questo compito non debbono portare con sé nulla se non il vangelo. Infatti l’azione dei discepoli è fatta di totale abbandono in Dio, di mitezza e di non violenza. Essi non hanno la loro casa in ‘questo’ mondo (cioè nel mondo segnato dal potere).

Contro ‘questo’ mondo essi non inveiscono, ma pongono semplicemente la diversità del Regno. Quando Gesù fu messo in guardia da Erode che lo cercava per metterlo a morte, egli rispose semplicemente: Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato” (Lc 13, 32).

Davanti allo spettacolo della vergogna, rappresentato da Erode, dal suo malgoverno, dalla sua vita, Gesù non denuncia, ma pone semplicemente la realtà del Regno che viene.

Noi invece abbiamo bisogno di gridare perchè non abbiamo nulla da mostrare. E non abbiamo nulla da mostrare perchè ci fa paura la radicalità della scelta di Gesù.

Questo non vuol dire che i cristiani non debbano denunciare o manifestare. Insieme agli altri uomini di buona volontà, anch’essi possono e devono partecipare ai movimenti e ai momenti di denuncia e di protesta, devono esprimere la propria indignazione. Ma devono innanzi tutto testimoniare un altro modo di essere.

Giuseppe Ruggieri

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3 Responses to “Testimoniare un altro modo di essere cristiani”

  1. grande don pino !…
    da ritagliare e tenere in tasca

  2. sono per la chiesa di don Gallo.

  3. la Chiesa ha il compito di leggere e vivere i segni dei tempi
    ….purtroppo “la primavera tarda ad arrivare”…non possiamo
    che pregare e testimoniare il vangelo di Gesù cristo…

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