Itis Galileo, lo spettacolo di Marco Paolini, che ne è anche autore assieme a Francesco Niccolini, portato in scena di recente al Teatro Ambasciatori di Catania, ha avuto questo innegabile pregio: dell’uomo Galileo, assurto a simbolo della vittoria della modernità sull’oscurantismo dei secoli precedenti, vengono svelati il carattere (un po’, diciamo così, spaccone), le vicende familiari (la relazione veneziana con una donna, poi fatta sposare al suo assistente), gli errori difesi come verità (sull’origine delle maree, ad esempio).

Il racconto procede regolare, rispettando rigorosamente l’ordine cronologico che scandisce le varie tappe della vita di Galileo, da Pisa a Padova, da Padova a Firenze.

Che le sue idee rivoluzionarie sulla struttura dell’universo, prima di essere dimostrate, fossero presenti in una teoria, quella Copernicana, lo sapevamo tutti, e che la differenza la fece l’uso scientifico del cannone-occhiale, anche questo sapevamo.

Quello che forse non sapevamo era che il cannocchiale da lui messo a punto, sulla base di un modello che gli era stato regalato, fosse stato venduto a un prezzo salatissimo ai responsabili militari della Repubblica di Venezia, con l’anticipo di qualche mese rispetto all’arrivo sul mercato del cannocchiale olandese, molto più a buon mercato.

Rinarrare la storia non fa mai male, specialmente se, rivelando particolari inediti o poco conosciuti, delineando meglio i tratti psicologici e le vicende personali, i protagonisti del passato escono dalla fissità del personaggio, che spesso sfuma nel mito, e assumono contorni meglio definiti perché più umani.

Questa originalissima forma di teatro, che si regge tutta sull’abilità affabulatoria di Paolini, finisce per diventare anche una gradevole, e poco scolastica, lezione su quel secolo strano quale fu il Seicento.

Un secolo che “non ha l’eroismo del Settecento né l’aura mitica del Medioevo” eppure, con tutte le sue contraddizioni, fra dogmi affermati anche con la violenza e certezze messe in discussione, alla fine appare complesso e affascinante, un vero e proprio laboratorio della cosiddetta modernità.

Nella sua lezione-monologo Paolini ha anche il merito di avere messo in luce, accanto all’accesa rivalità dei colleghi invidiosi della sua rapida carriera, la motivazione profonda che sottostava alla resistenza dei sapienti del tempo, ed in particolare della Chiesa.

Questo cacciare fuori l’uomo dal centro dell’universo doveva apparire come una terribile devastazione delle sicurezze acquisite. D’altra parte, e in tempi non sospetti più vicini a noi, non è stato ancora Pirandello/Mattia Pascal a maledire Copernico perché togliendo alla Terra la sua centralità aveva tolto agli uomini la convinzione della loro importanza, fondata sulla certezza fondamentale di essere al centro dell’universo?

Ciononostante non mancarono ecclesiastici e persino pontefici disposti a discutere e conversare con lui, almeno così ci ha fatto sapere proprio Paolini.

Fin qui Galileo. Ma, naturalmente non si portano questi argomenti su un palcoscenico con fini esclusivamente di ricostruzione storica. Sullo sfondo i problemi legati all’oggi, con il persistere di fenomeni come l’astrologia e la magia, sia pure spesso ammantati da un vago spiritualismo di ritorno.

Forse sarebbe davvero il momento, dopo anni di steccati, di superare definitivamente il contrasto tra fede e modernità, dato che oggi non sembrano esserci né vincitori né vinti, perché, come dice lo stesso Paolini in un’intervista, “la fede e la ragione sembrano sempre più scatole vuote, depotenziate”.

È, invece, la forza della ragione quella che Paolini esalta nel suo spettacolo, contrapponendola alla superficialità e alla superstizione che ancor oggi costituiscono la paradossale contraddizione della nostra società che, mentre cerca risposte dalla scienza, da un canto rinuncia a confrontarsi, considerandoli non adeguati all’approccio razionale,  con gli orizzonti delle religioni storiche, e, dall’altro, finisce per affidarsi ai maghi, al lotto, alle carte, agli astrologi e agli oroscopi che, 400 anni dopo la rivoluzione copernicana, continuano ad essere costruiti … sulle stelle fisse dell’universo tolemaico.

Anche Paolini però risulta alla fine contraddittorio perché, in conclusione, mette da parte la sua gradevole e simpatica ironia per assumere toni trionfalistici, con l’immagine di Galileo che, seduto su una palla contenente, sì, la nuova rappresentazione dell’universo ma che assomiglia tanto a una pericolosa mina vagante, inneggia ripetutamente all’errore, eretto paradossalmente a nuovo dogma dell’infallibilità.

Ci sembra che, in tal modo, sia stata forzato, se non proprio travisato, il pensiero di Galileo che era soprattutto un uomo curioso della verità, nemica di ogni dogma, che non si accontentava di risposte precostituite, in un senso o nell’altro, ma osservava e analizzava i dati di realtà, formulava ipotesi, sperimentava e, solo per questa via, tentava di arrivare alla definizione di leggi generali.

Un uomo che, anche da vecchio, per quanto umiliato e costretto all’abiura, non rinunciava a usare la sua intelligenza critica, senza piegarsi a facili omologazioni, al fascino e al potere dei luoghi comuni imperanti in ogni tempo. Quali che siano state le sue umane miserie.

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