Di proposte “per una strategia europea nella lotta contro la criminalità organizzata e le mafie” si è parlato a Bruxelles in un convegno organizzato dallo S&D (il gruppo di socialisti e democratici al Parlamento europeo, di cui fa parte anche il Pd) il 9 e 10 febbraio 2011. Sono intervenuti, tra gli altri il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso e la parlamentare europea Rita Borsellino, che, come leggiamo sul suo sito, è stata promotrice di “un emendamento al programma di Stoccolma grazie al quale Strasburgo ha sposato l’adozione di uno strumento legislativo europeo per la confisca dei profitti e dei beni delle organizzazioni criminali internazionali e per il loro riutilizzo a fini sociali.” Un’estensione, quindi, a livello europeo di una pratica ormai applicata da tempo in Italia.

L’Italia infatti ha creato nel tempo, a livello di leggi e di pratiche investigative, degli strumenti di contrasto al crimine organizzato che non sono ancora diffusi negli altri paesi europei. Si sta procedendo adesso ad una armonizzazione della giurisdizione e alla creazione di una strategia comunitaria condivisa per la lotta alle mafie.

Il problema tuttavia non riguarda solo la UE, perchè ormai la mafia è presente anche al di là dei confini europei. Nell’attuale mondo globalizzato, anche le associazioni mafiose si muovono in ambito internazionale alla ricerca di utili e profitti più alti, incoraggiate anche dalla maggiore libertà di movimento permessa da legislazioni meno rigorose di quella italiana.

Proprio di mafia nell’economia globalizzata e di nuove strategie ha parlato il 24 gennaio nell’aula magna di Scienze Politiche la dottoressa Marisa Acagnino, in un incontro organizzato da Inner Wheel.

In termini molto vivaci e concreti, l’Acagnino ha descritto il rapporto tra mafiosi e inquirenti come una partita giocata a guardie e ladri, in cui sono questi ultimi ad avere l’iniziativa e ad inventare metodi sempre nuovi per fare affari sfuggendo ai controlli. Per inseguirli, le “guardie” mettono a punto a loro volta sistemi sempre più sofisticati di indagine, costringendo i ladri a inventare nuove tecniche di occultamento dei propri traffici illegali.

Se all’interno della UE un percorso di cooperazione giudiziaria è già iniziato, nei paesi che non ne fanno parte ci sono situazioni molto differenziate. Con alcuni di questi paesi sono stati firmati accordi antiriciclaggio e si può arrivare fino al sequestro dei beni mafiosi, mentre in altri paesi è addirittura impossibile individuare anche solo la presenza di questi beni.

Anche là dove è possibile, l’individuazione di questi beni è comunque sempre problematica. Gli strumenti adoperati sono soprattutto tre:

  • le intercettazioni telefoniche e ambientali, strumento prezioso perché i mafiosi non parlano solo di delitti ma anche di beni (sebbene di recente siano diventati anch’essi molto cauti nell’uso dei cellulari)
  • le dichiarazioni dei collaboratori ai quali vengono ormai espressamente richieste, nel corso degli interrogatori, informazioni sui luoghi e sui modi in cui i soldi vengono investiti
  • le rogatorie, in base alle quali l’autorità giudiziaria italiana può esplicare indagini in altri paesi.

Le possibilità di indagini in paesi stranieri comportano però delle complicazioni. Non in tutti gli stati, infatti, le garanzie sono uguali a quelle previste dalla legge italiana. Per es. all’estero le dichiarazioni fatte agli agenti di polizia hanno lo stesso valore che hanno per noi quelle rese davanti all’autorità giudiziaria. Uno dei problemi delle rogatorie è quindi quello di utilizzare atti prodotti con leggi e sistemi diversi dai nostri.

Essendo comunque difficile colpire i beni mafiosi all’estero, è stato applicato ad essi il principio della “confisca per equivalente”, vale a dire la possibilità di confiscare il patrimonio che è nella disponibilità del mafioso anche per interposta persona, cioè affidato ad eventuali prestanomi, per un valore equivalente a quello dei beni individuati all’estero.

Il problema più serio è che la magistratura e le forze dell’ordine devono possedere ormai delle competenze molto avanzate nel settore finanziario (saper seguire i flussi finanziari, leggere i bilanci; etc) e proprio su questo il governo dovrebbe investire. Il possesso di adeguati strumenti tecnici e la formazione del personale sono le vere chiavi di volta per affrontare la questione.

Quando si parla di mafia si pensa ancora soprattutto al pizzo, ma, nella sua relazione, la dottoressa Acagnino ha affermato che la richiesta del pizzo non è più diffusa come una volta. A mettere in crisi questo sistema hanno contribuito alcuni cambiamenti intervenuti nella distribuzione, per esempio la grande diffusione dei centri commerciali.

Ormai la mafia pratica altri sistemi ed opera in altri settori, tra cui l’imposizione delle forniture, i trasporti, il movimento terra. Un esempio che è stato portato è quello della imposizione di un servizio, come la guardiania di uno stand del mercato, offerta da cooperative di mafiosi ad un prezzo che non si può discutere e che si configura come una forma di estorsione.

E’ l’impresa stessa ad essere mafiosa. E le imprese mafiose hanno buon gioco ad estromettere quelle sane. Queste ultime subiscono infatti una concorrenza sleale, non solo per i metodi coercitivi usati dai mafiosi, ma anche perché le imprese in mano alla mafia dispongono di molta liquidità e non hanno, come quelle sane, il problema di chiedere prestiti alle banche. Addirittura capita che eventuali rapporti delle aziende mafiose con le banche siano usati come coperture.

Il problema del rapporto con le banche spiega anche la sempre più ampia diffusione dell’usura. L’attuale evoluzione del sistema bancario sta creando nuovi problemi a chi necessita di credito. L’accorpamento delle banche impedisce infatti alle persone di avere più fidi da istituti diversi, pratica in passato molto diffusa. La conseguenza è la perdita di liquidità e l’urgenza di trovare altre forme di credito. Su questi bisogni si innesta l’usura. Gli usurai prendono il posto delle banche, spesso presentandosi come “aiutanti” nei momenti di difficoltà. Poi vogliono in cambio una quota dell’azienda e tendono gradualmente ad appropriarsene, magari lasciandola nominalmente intestata al precedente proprietario.

E’ interessante notare che, mentre le denunce relative alle estorsioni tendono a crescere, quelle relative all’usura sono bassissime e, paradossalmente, sono spesso fatte contro ignoti sebbene sia chiaro per tutti che l’usuraio non possa essere ignoto a chi si avvalga del suo “aiuto”.

Prestiti, imprenditoria, servizi: le attività mafiose permeano ormai tutti gli aspetti della vita in assenza di uno stato che controlli adeguatamente il territorio

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