Uno studio commissionato dall’Assessorato alla Famiglia della Regione Sicilia disegna un quadro demografico e sociale per molti aspetti preoccupante, sfatando il mito di un Sud iperprolifico.

Una popolazione isolana che non cresce, se non con l’apporto delle presenze extracomunitarie e, in particolare, un decremento della fascia da 0 a 2 anni di 5000 unità negli ultimo otto anni.

Quali le cause? Incidono certamente fattori economici e profonde modifiche antropologiche e culturali, ma anche i livelli qualitativi e quantitativi dei servizi pubblici a sostegno delle famiglie giocano un ruolo determinante.

Un dato su tutti: nell’isola su 390 comuni ben 234 (il 68,5%) non hanno asili nido; in 123 è presente una scuola della prima infanzia, mentre sono 33 quelli che hanno l’ asilo ma non e’ funzionante. Comuni del calibro di Sciacca, Augusta, Gela, Mazara del Vallo e Paternò ne sono sprovvisti. Nella solo provincia di Catania, sono ben 16 i Comuni con più di 10.000 abitanti che non offrono un servizio di asilo nido.

Su 147 mila 600 bambini in età da asilo-nido, soltanto 7600 (solo il 5,16%) risultano iscritti; sottraendo anche il 3,23% di bambini in lista d’attesa, sono ben il 91,61% quelli che restano fuori.

Vanno leggermente meglio le cose nel Comune di Catania, dove vediamo che nel 2008/09 sono 593 (il 6,55% dei potenziali utenti) i bambini che hanno trovato posto nei 15 asili-nido funzionanti, che, fra l’altro, sembrano sottoutilizzati, essendo stata dichiarata una capacità recettiva di 791 bambini.

Un fatto apparentemente curioso: gli asilo nido in Sicilia sono 256, ma solo 200 sono funzionanti (38 a Catania) e 56 no. Come si spiega?

In genere i Comuni interessati si giustificano chiamano in causa le inadeguatezze strutturali, ma non sempre questa è la motivazione effettiva, tanto è vero che molti di essi non hanno nemmeno provato aad accedere ai finanziamenti regionali appositamente previsti per i lavoro di adeguamento.

La motivazione reale sembra essere invece legata agli elevati costi di gestione e del personale, ai quali molti enti locali non sono in grado di far fronte.

Gli asili funzionanti sono infatti, per tre quarti, gestiti direttamente dai Comuni che si fanno carico del 94% dei costi di gestione, lasciando solo il rimanente 6% a carico degli utenti. In alcuni grossi comuni come Agrigento e Messina, non è richiesto alcun contributo.

A Catania, che adotta una gestione mista delle strutture, a fronte di un costo per utente nel 2009 di € 14.165,26 la compartecipazione delle famiglie si è aggirata intorno al 4,06%, equivalente a circa 575,39 euro per utente.

Si tratta di un criterio che, se è vero che tende a salvaguardare le fasce economicamente e socialmente più deboli, rischia, al tempo stesso di mettere a rischio l’esistenza stessa del servizio, rendendolo comunque inaccessibile alle famiglie con redditi medi che devono necessariamente fare riferimento al settore privato, generando una sorta di discriminazione al contrario.

Proprio il sistema dei servizi privati, però, costituisce in Sicilia una importante criticità non essendo previsto alcun meccanismo legislativo di regolamentazione e di controllo (se non per quelli gestiti dal privato no profit che abbia avviato convenzioni con enti pubblici), per cui la garanzia della qualità e della rispondenza agli standards strutturali e organizzativi di legge è demandata alla correttezza o, comunque, alla scelta del singolo gestore.

Di conseguenza la limitazione ai soli aspetti infrastrutturali dell’intervento pubblico (è di pochi giorni addietro la notizia del finanziamento da parte della Regione di 103 nuovi asili nido) e la perdurante assenza di sostegno economico alle spese di gestione (è altrettanto recente la protesta dei lavoratori ausiliari degli asili nido del Comune di Catania che non ricevono lo stipendio dallo scorso novembre) raggiunge nello stesso tempo due non invidiabili risultati.

Viene sottoutilizzato il patrimonio pubblico mentre non si consente l’attivazione di servizi importanti per lo sviluppo della persona e quindi del cittadino.

E, con i chiari di luna del federalismo municipale incombente, la situazione rischia di peggiorare ulteriormente.

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