Sul fatto che Catania abbia una potenzialità turistica non adeguatamente sfruttata, non ci piove. Sul fatto che la realizzazione di un porto turistico potrebbe offrirle delle opportunità, possiamo essere d’accordo. Ma ci spaventa il fatto che, dopo la recente sentenza del CGA, il porto turistico da realizzare possa essere quello voluto dalla società Acqua Pia Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone.

Dei rischi presenti in questo progetto (alterazioni all’assetto geologico e cementificazione del litorale con alberghi e centri commerciali, che allontanerebbero i turisti dai servizi offerti dalla città e i catanesi dalla vista e fruizione del loro mare) Argo si è già occupato .

La questione è stata seguita con attenzione dalle associazioni ambientaliste e da Rifondazione Comunista che ha presentato anche un esposto molto documentato alla Procura della Repubblica.

Adesso a Rifondazione si unisce anche Sinistra Ecologia Libertà. Entrambe intervengono criticamente sulla recente approvazione del progetto Acqua Marcia da parte del Consiglio di Giustizia Amministrativa. Nel suo comunicato SeL denuncia anche il fatto che il CGA non abbia tenuto conto del parere negativo espresso dall’Avvocatura dello Stato

Per maggiore chiarezza, proviamo a riepilogare alcune delle tappe di questo iter complicato.

Il primo parere negativo sul progetto di Porto turistico presentato dalla società Acqua Pia Marcia è stato espresso dalla Conferenza dei servizi del 2001. Dopo di allora, tra Conferenze congelate e ricorsi vari, si è arrivati alla nomina da parte del Tar di un Commisario ad acta, che ha approvato la domanda di concessione demaniale avanzata da Acqua Marcia.

Interviene a questo punto l‘Avvocatura dello Stato che dichiara illegittimo l’intervento del Commissario nominato dal Tar. Quest’ultimo, infatti si è sostituito alla Conferenza dei Servizi, di cui fanno parte tutte le autorità competenti (Vigili del Fuoco, Sovrintendenza BBAA, Regione, Comune, Genio civile, Autorità portuale…) che avrebbe la competenza in materia.

Piuttosto che cercare di risolvere questa vicenda con interventi d’autorità (prima il Commissario ad Acta, adesso la sentenza del CGA), sarebbe opportuno coinvolgere gli organismi che rappresentano i cittadini, Consiglio Comunale in primis.

Il parere del Consiglio è d’altra parte previsto obbligatoriamente dalla legge (DPR 409/1987) per i porti di prima classe. Ecco perchè SeL e Rifondazione accusano il CGA di aver di fatto classificato il porto di Catania come un porto di serie B, sul quale è possibile intervenire senza coinvolgere le istutuzioni locali.

Nella sentenza del CGA si sostiene inoltre che l’approvazione del progetto equivale all’adozione di una variante al Piano Regolatore del Porto (PRP), che proprio in questi giorni è stato oggetto di discussione nel corso di incontri tra la Commissione Urbanistica e l’Autorità Portuale. Nel Piano infatti, già bocciato dal Consiglio Comunale nel 2007, si vogliono introdurre delle modifiche.

Cosa fa in tutto questo la Giunta comunale? Tace. Per usare le parole del Comunicato SeL, “Tutto ciò avviene oggi nella complice assenza dell’amministrazione di Catania, che non si è nemmeno costituita in giudizio davanti al CGA, ed ha abbandonato il ruolo di tutela dell’interesse pubblico che la legge le riserva.”

Eppure anche nel Comunicato di cui parliamo c’è una contraddizione. Il Consiglio Comunale, organismo che rappresenta la città, viene invocato come massima istituzione rappresentativa della volontà popolare. Certamente è più che giusto che ci sia su questo progetto un ampio dibattito pubblico, ma non è detto che questo Consiglio, nella sua attuale composizione e con la sua atttuale maggioranza, sia davvero interessato a fare gli interessi della collettività.

A maggior ragione noi cittadini abbiamo il diritto/dovere di tenere gli occhi ben aperti e di fare sentire la nostra voce, pur nella consapevolezza di quanto sia difficile controllare i giochi economici e politici che sottendono affari lucrosi come questo.

Forse a salvarci dal rischio di distruzione dell’ ambiente e della vivibilità non sarà nemmeno il nostro dissenso, ma il cumnulo di debiti in cui la società Acqua Marcia si trova infognata.

Un articolo di Luca Piana e Marco Preve sull’Espresso del 10 febbraio 2011, Debito in Bellavista, può essere illuminante in proposito.

Con l’ecomostro dell’ ex-Mulino Santa Lucia sotto sequestro, i lavori al porto turistico di Siracusa che vanno a rilento e rischiano l’interruzione e quelli intrapresi ad Imperia fermati da un’indagine della magistratura, Caltagirone è in questo momento in difficoltà. Ha dichiarato di non poter far fronte alle scadenze dei debiti contratti con le banche, se non con la dismissione di parte del suo patrimonio. Ma deve anche, come si è visto, fare i conti con le indagini giudiziarie.

I porti turistici sono diventati la sua specialità, ma il molo a cui attraccare la sua barca potrebbe allontanarsi…

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