A Mineo, nel cosiddetto Villaggio della solidarietà, sono in procinto di arrivare, provenienti da tutta Italia, i primi rifugiati. E’ questo uno degli effetti dei tragici accadimenti nell’area maghrebina che hanno reso ancora più complicato il tema dell’immigrazione nel nostro Paese, da sempre  (e in particolare dopo la promulgazione della legge Bossi – Fini) vissuto  come un problema di ‘ordine pubblico’, al punto da definire, in spregio alle più elementari norme di cultura giuridica,  l’immigrazione clandestina in quanto tale un reato.

Non stupisce, perciò, che anche per i richiedenti asilo (sino ad oggi ospitati nei CARA, centri di accoglienza richiedenti asilo) i ministri Maroni e La Russa progettino interventi nei quali prevale il controllo rispetto all’accoglienza.

Questa ‘filosofia’ sarà applicata, come denuncia Antonio Mazzeo, nell’ex villaggio dei militari USA di Mineo,  ribattezzato per l’occasione Villaggio della solidarietà, che dovrà ospitare circa duemila persone.

Ma vediamo concretamente come si svilupperà tale supposta solidarietà. Nel villaggio, visto che negli ex CARA presenti nel territorio nazionale Maroni prevede di ‘smistare’ i cittadini in fuga dalla Libia, confluiranno – come ha dichiarato L. Boldrini,  portavoce dell’Unhcr – “richiedenti di ogni nazionalità, dagli afgani, agli eritrei, ai somali, un gran numero di persone tutte in uno stesso centro, con i problemi che questo porrebbe”.

Problemi che, evidentemente, preoccupano le stese autorità visto che, come denuncia A. Di Stefano, un esponente del movimento antirazzista, “Nel residence sono venuti fuori negli ultimi giorni muri e recinzioni, costruiti da una ditta ignota che si è guardata bene dall’ esporre i cartelli sui lavori come previsto dalla legge”.

Che l’intera operazione trasudi un’idea tutta muscolare della sicurezza, che poco o nulla ha a che vedere con il diritto di asilo, lo conferma la presa di posizione di cinque sindaci del calatino (Castel di Iudica, Caltagirone, Grammichele, Ramacca e Mineo) secondo i quali il centro  “non risponde all’idea che abbiamo consapevolmente maturato, sulla scorta dell’esperienza di effettiva integrazione portata avanti nelle nostre comunità.

Non ci piace che almeno duemila persone vengano deportate in un luogo senza i necessari presidi e senza vere opportunità di inclusione, in una condizione di segregazione che potrebbe preludere da un lato a rivolte sociali, dall’altro indurre alcuni di loro, a fronte di una stragrande maggioranza pacifica e ispirata alle migliori intenzioni, a mettere a dura prova le condizioni di sicurezza del territorio”.

Altri sindaci del calatino e G. Castiglione (Presidente della Provincia Regionale di Catania) mostrano, invece, di condividere l’operato del governo e auspicano il rafforzamento delle misure di sicurezza “attraverso la realizzazione di sistemi integrati di videosorveglianza e il potenziamento dei mezzi, delle strutture e dei presidi esistenti e degli uomini delle forze dell’ordine”.

In sostanza, secondo questi amministratori, non siamo di fronte a persone titolari di diritti, ma, semplicemente, a individui da controllare, nell’ennesimo centro di detenzione per soggetti che non hanno commesso alcun reato.

Questi stessi amministratori sono, però, ben attenti ai risvolti economici dell’intera operazione. “Un business, quello dell’accoglienza, come ricorda Mazzeo, che sta suscitando appetiti a destra e manca. Conti alla mano, i 45-50 euro al giorno in budget per ogni richiedente asilo, moltiplicati per i 2.000 “ospiti” di Mineo comporteranno introiti per circa 3 milioni di euro al mese, più il canone che il governo verserà alla Pizzarotti S.p.A., la società di Parma proprietaria del villaggio”.

Un business che attira soggetti nazionali (Croce Rossa) e locali (UIL, Sol.Calatino SCS, che hanno promosso il Comitato Pro – Residence della Solidarietà con l’evidente obiettivo di sostenere l’utilizzo di manodopera calatina). Vista la situazione, dopo la manifestazione del primo marzo, crescono la ragioni perché prosegua la mobilitazione delle forza antirazziste.

Leggi, oltre all’artcolo di Antonio Mazzeo, anche il documento del Centro Astalli, No trasferimento richiedenti asilo , da cui emerge la forte preoccupazione per le recenti scelte del governo che “interrompono in modo traumatico un difficile percorso di recupero portato avanti anche con un considerevole uso di risorse”, come dichiara padre Giovanni La Manna. Tra i richiedenti asilo ci sono anche persone particolarmente vulnerabili, vittime di torture, o con problemi psichici, che stanno attualmente seguendo terapie personalizzate per le quali sono stati spesi soldi del Fondo Fer (Fondo europeo rifugiati). Interrompere terapie che si basano sull’instaurazione di un rapporto di fiducia e di continuità equivale a distruggere tutto.

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