Diritti umani violati piuttosto che un argomento di letteratura. E’ stata l’insolita proposta alla città da parte di un’associazione nata per ricordare un letterato catanese, Sebastiano Addamo. Come relatori, presso la Biblioteca Ursino Recupero, sono stati invitati, lo scorso 25 febbraio, Simonetta Cormaci, di Amnesty International, Maria Randazzo, direttore dell’Istituto Penale Minorile e il senatore Salvo Fleres, garante per la tutela dei diritti dei detenuti.

Fleres è stato il vero mattatore della serata. Ha rivestito il ruolo di presentatore degli altri relatori, di direttore di scena (dando il la alla proiezione di un video) ed infine di relatore, quando -dopo essersi spostato agilmente al di qua del tavolo- ha ripreso in mano il microfono per assumere il ruolo istituzionale e portare il proprio contributo.

Ma andiamo con ordine. Raccontando della nascita di Amnesty e delle finalità perseguite dall’associazione, Simonetta Cormaci non poteva che ripetere quanto molti di noi sanno già. Ma il suo intervento si è riempito di passione man mano che entrava nel dettaglio delle campagne condotte non solo contro la tortura e la pena di morte, ma anche sui diritti delle donne (io pretendo dignità), soprattutto se vittime di tratta o escluse dall’accesso alle cure mediche, sui diritti dei rifugiati e dei migranti, oggi messi a repentaglio dai più recenti provvedimenti del governo. E ultimamente per un’Europa senza discriminazione.

Molto interessante l’intervento della Randazzo, da 18 anni professionalmente impegnata nell’Istituto Penale Minorile, che dirige dal 2006. La possibilità di pensare alla detenzione come momento educativo e non solo punitivo, come del resto recita la nostra Costituzione (art.27), diventa concreta nel caso del carcere minorile, per una serie di ragioni. Tra queste l’introduzione di alcune leggi specifiche, come le Disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni, contenute nel DPR 22.09.1988 n 448 del 1988 o la Lettera Circolare del Dipartimemnto della Giustizia Minorile del 2006, Organizzazione e gestione tecnica degli IPM, che ne prevede una riorganizzazione in modo che siano salvaguardati i diritti alla salute, al lavoro, alla socializzazione, alla libera espressione del proprio culto, all’assistenza affettiva e psicologica.

Tutti principi che rimarrebbero solo parole senza la presenza di un personale dotato di preparazione pedagogica, oltre che giuridica, e di una sensibilità che diventa attenta soprattutto se motivata. E qui ha un gran peso la capacità del dirigente di motivare e di creare attorno a sé spirito di gruppo e senso di corresponsabilità. Ma questo lo diciamo noi perchè la sobrietà della relatrice tende ad evitare protagismi.

Alcuni forse non sapevano che l’Istituto Penale Minorile non ospita solo minori, ma anche “giovani adulti”, che hanno commesso il reato nella minore età e possono rimanere a scontare la pena in IPM fino al compimento dei 21 anni.

Gli ospiti dell’istituto vengono dal distretto di Corte di Appello di Catania che comprende le provincie di Catania, Siracusa, Ragusa. Ma vengono anche da Messina, che non ha IPM, e da Palermo o da altre parti d’Italia, in genere per trasferimento “per motivi di opportunità e sicurezza”. Si tratta spesso, in questi casi, di ragazzi difficili, con problemi di adattamento, o comunque a rischio.

Ci sono poi i minori stranieri. Sono i più fragili, emarginati e non accettati dagli altri perchè “diversi”. Soli perchè non hanno la famiglia alle spalle, nessuno che vada a trovarli o porti la biancheria pulita. E soli rimangono nonostante la generosa collaborazione offerta dal Centro Astalli e dal suo mediatore culturale.

Ma anche gli altri, gli italiani, provengono quasi sempre da quartieri poveri e da esperienze dure, di morti violente, di detenzione di altri congiunti, di separazioni o malattie di famlliari. Spesso non hanno potuto studiare e hanno esperienze di lavoro marginale e quindi di sfruttamento. Eppure nutrono, come del resto gli altri adolescenti, sogni di guadagni facili, da spendere subito in oggetti di immediato consumo. Per ottenerli finiscono per utilizzare le vie illegali, rapine, scippi, spaccio di droga.

Spesso hanno compiuto scelte sentimentali precoci, “fughe” e paternità in età giovanissima. Un ragazzo divenuto padre a 16 anni, che si trovi in custodia cautelare, non è previsto che abbia un permesso per vedere la figlia che gli è nata. Il direttore che si prende la resposabilità di fare entrare in carcere questa bimba perchè il padre possa conoscerla ha capito la delicata complessità di queste situazioni. E ha trasformato il problema in una opportunità di crescita umana.

Molte delle opportunità, per questi giovani, vengono dai rapporti con l’esterno, dai progetti che stabiliscono un ponte tra il “dentro” e il “fuori”. Attraverso le misure alternative alla detenzione come l’affidamento in prova al servizio sociale, oppure le misure cautelari meno afflittive come il collocamento in comunità. La cosa più importante è prevedere la possibilità di continuare all’esterno il progetto iniziato dentro l’IPM.

Anche a chi rimane fra le mura dell’istituto vengono offerte possibilità formative che per alcuni di loro possono essere preziose. Innanzi tutto la scuola. Oltre ai corsi di alfabetizzazione per i minori stranieri, si offre ai ragazzi la possibilità di conseguire la licenza media o corsi triennali di formazione per grafico multimediale, elettricista, addetto alla ristorazione, finanziati anche con fondi europei e organizzati in sinergia con centri professionali o istituti superiori della città, sempre nella prospettiva di una continuità del percorso formativo iniziato. Si tratta sempre di competenze spendibili nel mondo del lavoro e questo motiva e dà speranza.

Se poi si prospettano esperienze più originali e imprevedibili, come un corso di vela o la collaborazione al set di un film, l’esperineza in Ipm diventa davvero unica, diventa un risarcimento per quello che non si è ricevuto dalla vita. Ma questo all’incontro non è stato detto, per modestia da parte di un direttore audace e discreto.

Molto più drammatica l’esperienza degli adulti. Carceri sovraffolate, con celle in cui si dorme a turno per terra, inadeguato numero di educatori, personale di polizia penitenziaria spesso non motivato e stressato da turni faticosissimi. Ne ha parlato il senatore Fleres arricchendo il proprio intervento con citazioni letterarie, da Palazzeschi a De Andrè, e presentando i detenuti come i compagni della porta accanto non aiutati dall’ambiente familiare e sociale “ a distinguere il bene dal male”.

L’aumento dei casi di suicidio dimostra il crescente disagio vissuto dai detenuti, ma ci sono anche i suicidi dubbi, contrassegnati da contraddizioni ancora non chiarite. E Fleres ha parlato a lungo del caso Castro.

Ma soprattutto ha fatto dichiarazioni “alte”, sullo Stato che è forte non quando viola i diritti, ma quando agisce nel rispetto della legge, sulla battaglia contro la criminalità che si vince non aumentando il numero dei poliziotti, bensì il numero degli insegnanti, dei parroci, delle associazioni di volontariato.

Belle e condivisibili parole, difficilmente coniugabili però con la politica di un governo che ha tagliato i fondi alla scuola, ha cercato di ridurre il fondo per il 5 per mille, ha istituito il reato di clandestinità e pensa agli appalti per nuove carceri piuttosto che all’applicazione di pene alternative.

Come fa, senatore Fleres, a parlare in questo modo e contestualmente a dare la sua fiducia a un esecutivo che procede esattamente nella direzione opposta a quella da lei indicata? Che abbia dimenticato di militare in Forza Italia o come diavolo si chiama adesso? Ci auguriamo che non abbia scelto l’occasione di quest’incontro per iniziare una campagna elettorale basata su un buonismo di facciata. I detenuti hanno bisogno di un garante, non di uno show man…

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