Le scelte del governo regionale della Sicilia sulla sanità e sulla formazione professionale si muovono su due linee parallele: entrambi gli assessorati sono retti da non politici di professione, il magistrato M. Russo, il professore ordinario M. Centorrino. Per riorganizzare i rispettivi settori di entrambi gli assessorati sono stati individuati due consulenti esterni provenienti dal nord: M. Guizzardi dall’Emilia Romagna; L. Albert dal Piemonte. E come per la sanità, anche per la formazione professionale si pone la necessità non solo di rivedere i costi, ma soprattutto di riformare globalmente il settore. Sul suo sito il Presidente Lombardo definisce “Quella della formazione professionale una grande emergenza, forse più complicata da risolvere di quella della sanità perché gli interessi sono più diffusi e coinvolgono tutte le forze politiche” (vedi Emanuele Lauria su Repubblica).

Quali sono le criticità del sistema formazione?

  • Una spesa non più sostenibile: nel 2010 sono stati spesi per la formazione professionale 300 milioni di euro. E’ lo stesso Assessore Centorrino a denunciare – in una intervista su A Sud Europa (Anno 5 n° 6) che”vige un sistema, totalmente antieconomico, in base al quale chi sfora il programma di spesa preventivato, invece che essere punito viene rimborsato”;
  • La mancata adozione da parte della Regione di un suo programma formativo, per cui l’offerta formativa di fatto è operata dagli Enti e spesso non è correlata alle esigenze rilevate nel mercato del lavoro: l’anno scorso si sono svolti 256 corsi per parrucchiera ed estetista, 267 per operatori di office e grafica web e solo 20 corsi per elettricisti e meccanici. Solo lo 0,2% dei formati è nel settore produttivo. Dal 2005 a oggi, si legge su A Sud Europa, la Sicilia ha investito nella formazione professionale quasi 1,3 miliardi di euro. Ciononostante, in questi cinque anni sono diminuiti i siciliani che decidono di cercare lavoro o che lavorano, mentre, nello stesso lustro, la Puglia ha visto crescere il suo tasso d’occupazione;
  • L’assoluta carenza di controlli adeguati da parte degli organi preposti: sul libro bianco della CGIL si parla di stipendi non pagati e retribuzioni arretrate (in alcuni casi da oltre 9 mesi); servizi formativi nei quali regna confusione ed incertezza, lavoratori in esubero definiti eufemisticamente “eccedentari” e nuove assunzioni che l’amministrazione non sa o non vuole impedire; debiti a iosa e fuori controllo di enti che continuano a determinare l’instabilità finanziaria del sistema; mancanza del DURC (Documento Unico Regolarità Contributiva);
  • La logica clientelare di una parte delle assunzioni: degli 8 mila lavoratori del settore, scrive Emanuele Lauria su Repubblica, «3.200 nuovi posti a tempo indeterminato sono stati assegnati, senza concorso, nel triennio 2006- 2008, ovvero a cavallo di due recenti appuntamenti con il voto»; il Cefop, per esempio, ha 800 dipendenti e un debito che, tra contributi non pagati e Tfr non accantonati, si aggirerebbe intorno ai 16 milioni di euro;
  • L’incremento spropositato di nuovi enti di formazione: sempre Lauria, ricorda che se nel 1990 gli enti di formazione accreditati erano 48, oggi sono ben 1887. Con una popolazione pressoché simile (500 mila abitanti in meno), Il Piemonte – si legge in una intervista su livesicilia a un dirigente CGIL – presenta un apparato produttivo certamente più sviluppato, e a parità di superficie ha una formazione professionale con 2.000 dipendenti;
  • Il rapporto tra formatori e amministrativi che dovrebbe essere 4 a 1 e invece è uno a uno. E’ dal 1976, anno in cui la Regione assunse con una legge la competenza esclusiva nell’addestramento professionale dei lavoratori siciliani, che il settore si è ingrossato di personale selezionato con logiche clientelari;
  • L’assenza di un costo orario definito, cosa che fa sì che ci siano enti dove la formazione costa 60 euro l’ora ed enti dove ne costa 200. Dalla relazione del procuratore regionale della corte dei conti per la Sicilia apprendiamo che sono stati indagati enti di formazione per mancata rendicontazione, per omessa restituzione di somme non spese (si fa riferimento ad un ente di Palermo per 200.000 euro), per infedeli rendicontazioni delle somme (in un caso si è accertato un danno erariale di 1 milione di euro). Sull’argomento il procuratore conclude affermando che è “assolutamente inaccettabile che un ente di formazione possa continuare a ricevere finanziamenti senza aver presentato i rendiconti per gli esercizi precedenti, così come è inconcepibile che una procedura di rendicontazione vada avanti per anni senza arrivare ad una conclusione che accerti, definitivamente, la posizione debitoria (o creditoria) dell’ente interessato”.

Due anni fa scrivevamo su questo sito della scelta di Lombardo che dichiarò d’autorità nulle tutte le decisioni assunte in quell’ultimo mese dall’assessore al ramo Incardona. Anche allora riprendevamo quanto denunciava la Corte dei Conti: sistema privo di qualsivoglia atto valutativo sull’attività amministrativa e sui dirigenti», caratterizzato dall’assenza di «adeguate indagini finalizzate a individuare le figure professionali maggiormente richieste sul mercato, numero sproporzionato di formatori (oltre 7.000), ammissione a finanziamento di nuovi enti di formazione.

Dopo due anni, leggendo le modifiche contenute nelle linee guida di riforma dell’Assessorato sembra che qualcosa si muova:

  • Passare da un sistema ad erogazione ad un sistema a convenzione. D’ora in poi ogni ente professionale deve presentare un Piano e sarà pagato attraverso una convenzione, senza essere rimborsato per eventuali sforamenti;
  • Introdurre un parametro unico per determinare il costo orario di formazione (circa 135 euro), fino ad ora differente da ente a ente. Un parametro differenziato solo per settore di formazione;
  • Pensionare chi ha raggiunto i limiti contributivi e di età, adottare delle misure di accompagnamento alla pensione per gli altri e istituire un albo che raccolga tutti coloro che sono stati assunti entro il 31-12-2008, data nella quale è stata approvata una legge che vietava ogni assunzione a tempo indeterminato in questo settore. Chi è fuori dall’albo non potrà più lavorare negli enti di formazione;
  • Stabilire le tipologie di figure e di corsi che gli enti dovranno bandire, eliminando il sovrappiù di corsi riguardanti figure professionali, quali estetisti o parrucchieri, per le quali c’è un eccesso di formazione;
  • Stabilire che un ente per essere accreditato deve realizzare almeno dieci progetti. Così gli enti si ridurrebbero ad una cinquantina;
  • Essere in regola con il fisco, con i contributi previdenziali e con il pagamento degli stipendi (vedi l’articolo di M. Giuliano sul Giornale di Sicilia);
  • Spostare la spesa della formazione, oggi prevalentemente a carico della nostra Regione, sui fondi europei. In Piemonte la Regione spende solo 50 milioni per i corsi di formazione, il resto è tutto sui fondi europei. E molte competenze sono decentrate alle Province;
  • Creare una banca dati regionale degli allievi, al fine di verificare la reale efficacia e l’efficienza del sistema che, almeno teoricamente, dovrebbe costituire un ponte tra i giovani dell’isola ed il mondo del lavoro, consentendo, altresì, di individuare e correggere le anomalie del sistema.

Vogliamo sperare – per i nostri lettori e per i cittadini tutti – che il fronte trasversale non prevalga e di non ritrovarci fra due anni a ripetere ancora una volta le numerose criticità esposte e ad annoverare fra gli auspici le possibili soluzioni già da tempo individuate e non più procrastinabili.

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