Mineo, 19 marzo, sabato pomeriggio, un gruppo di stranieri giunge, a piedi, nella piazza principale della cittadina calatina e chiede, talvolta in inglese, spesso in un ‘improvvisato’ italiano, dov’è possibile trovare una cabina telefonica.

Si tratta di un piccolo gruppo di richiedenti asilo che dal Residence degli aranci (il cosiddetto Villaggio della solidarietà dove sono stati trasferiti dal governo italiano), dopo aver percorso in salita circa dieci chilometri, è arrivato nel centro abitato più vicino.

Inutile dire che, nell’epoca della massima diffusione dei telefonini, trovare una cabina telefonica funzionante è un’impresa disperata. E mentre questo gruppo, una prima avanguardia dei duemila richiedenti asilo che una volta completati i trasferimenti risiederanno nel Villaggio, continua l’inutile ricerca, tanti cittadini di Mineo, almeno un centinaio, si riuniscono presso l’auditorium Giovanni Paolo II per discutere, con A.Mazzeo, giornalista; D. Lucano, Sindaco di Riace ; T. Poguish , sociologa dell’immigrazione; M. Scebba, mediatrice culturale; F. Auricchiella, avvocato, di ciò che sta accadendo e che accadrà nel residence degli aranci.

E’ la prima assemblea numericamente significativa nella quale viene affrontato questo tema. Non stupisce, perciò, che molti alla fine ringrazino per le informazioni ricevute, e innanzitutto per aver appreso, o aver avuto la conferma, che nel residence non risiederanno coloro che in questi giorni stanno fuggendo dai diversi teatri di guerra ma quei richiedenti asilo che, attualmente, vivono nei vari CARA, distribuiti in tutto il Paese.

Il Residence non sarà, quindi, di alcun aiuto rispetto all’emergenza, ogni giorno più drammatica, che si vive a Lampedusa. Ma, soprattutto, come ribadito dal Sindaco di Mineo durante il suo intervento, sarà impossibile integrare (obiettivo fondamentale rispetto a chi viene nel nostro Paese per ottenere asilo politico) duemila persone all’interno di una comunità come quella di Mineo che supera di poco le cinquemila unità.

Anche gli eventuali vantaggi economici per gli abitanti risultano poco credibili. E’ infatti ormai superato quanto auspicato in un manifesto affisso nei locali di una sede della UIL, con il quale si invitavano i concittadini ad ‘aprirsi’ all’arrivo degli stranieri perché tutto ciò avrebbe determinato nuove possibilità occupazionali.

Superato perché l’appalto per i servizi, che dovranno essere attivati nel Villaggio, non è stato vinto da imprenditori locali, ma dalla Croce Rossa italiana.

Svanito anche questo’sogno’ c’è posto solo per la delusione e la paura. Delusione perché, in barba al tanto declamato federalismo, tutte le decisioni, sono state assunte, senza alcun coinvolgimento degli enti locali, dal governo centrale, sotto la ferrea regia del ministro Maroni.

Paura perché, nelle condizioni date, appare difficile individuare, e praticare, percorsi inclusivi. E’ vero che durante l’assemblea solo una signora, autodefinitasi civile razzista, ha esplicitamente affermato che gli stranieri devono tornare nelle ‘loro case’. Se le cose non cambieranno, c’è però il rischio che questa posizione trovi altri sostenitori.

Di tutto ciò hanno mostrato di essere pienamente coscienti gli organizzatori dell’assemblea, consapevoli del fatto che il problema non può essere scaricato su Mineo, ma va affrontato, e risolto, in una prospettiva quantomeno nazionale. In quest’ultimo caso, anche Mineo sarebbe disponibile a contribuire facendosi carico di un processo di integrazione rivolto a un numero di rifugiati compatibile con le proprie dimensioni.

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