Un volontario del Centro Astalli, su richiesta di un rifugiato amico, si è recato a Mineo. Ha fatto circolare una breve testimonianza di questa esperienza, che oggi pubblichiamo.
Nulla viene detto sul “Villaggio della solidarietà”, in cui non è possibile entrare. Molte sono però le informazioni al contorno, a cominciare dalla conferma del fallimento del progetto di trasferirvi unicamente i richiedenti asilo, a causa della pressione proveniente da Lampedusa.
Ma vi si può leggere altro, anzitutto la prova che la fuga di queste persone non è finita nel momento in cui sono approdate sulle nostre coste.
Ecco il testo che abbiamo ricevuto:

Mineo/Catania 29 marzo 2011

Li incontro alla stazione di Catania. Riconoscono Ahmed e si avvicinano al finestrino. Sono una decina gli ultimi arrivati. Direttamente da Mineo; Etiopi ed Eritrei. Hanno lasciato la cittadina prima che venissero introdotti nell’ormai noto Residence delle Arance. Sono scappati e hanno attraversato le campagne della piana catanese. In mattinata, stremati, hanno raggiunto la città e hanno contattato Ahmed.

Scendiamo dalla macchina. Li saluto in arabo. Hanno ancora i dollari americani in tasca, segno evidente che fino a pochi giorni fa i ragazzi vivevano a Tripoli, come mi dicono. Nessuno gli ha ancora preso le impronte, a quanto pare. Da Lampedusa a Mineo… E poi Catania. Non hanno la minima intenzione di chiedere l’asilo politico (che gli spetterebbe, tra l’altro) in Italia. Hanno le idee chiare: Inghilterra, Svezia, Svizzera, Francia. Per scappare dall’inferno libico ed attraversare il Mediterraneo hanno pagato .

A Catania hanno trovato momentaneamente spazio, per gentile concessione dei ragazzi somali, al secondo piano del celebre “palazzo delle poste”. Trenta, più o meno. I più coraggiosi, come detto, sono giunti a piedi, aiutati dai cartelli stradali. Hanno mangiato le arance delle campagne. Ci tengono a precisare che “hanno rubato solo perchè avevano fame”. C’ è anche una donna tra loro.

Prima di salutarli intuisco, da quel poco amarico che conosco, che Ahmed ha qualcuno di molto caro a Mineo. E’ suo fratello. Non lo vede da otto anni. E’ lì, a Mineo, che ci dirigiamo appena usciti da Catania. Sulla strada mi indica dei ragazzi sul ciglio, sono tunisini. Anche loro sono scappati da Mineo. Siamo a un km dall’illuminatissimo residence quando incontriamo quattro ragazzi che si muovono in direzione del campo. Mi fermo. Gli chiedo se vogliono un passaggio.

Salgono. Sono tutti tunisini. Parlano solo l’arabo, il dialetto. Hanno il tipico accento del Sud. E infatti: due vengono da Djerba e uno da Gafsa. L’altro è della centralissima Bab El Bahr, la porta della Medina di Tunisi sull’ Avenue Habib Bourguiba. Il fatto che non parlino francese è emblematico. I ragazzi fanno parte della Tunisia povera e analfabeta, dimenticata e nascosta dal regime di Ben Ali.

Possono uscire dal Residence fino alle 20:00 e possono rientrare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Assentarsi per un periodo che superi tre giorni non è consentito. E’ un operatore della Croce Rossa con cui fumo una sigaretta a dirmelo mentre Ahmed prova a convincere uno degli operatori addetti all’apertura e alla chiusura dei cancelli. Vuole entrare e cercare suo fratello. Non ci riuscirà.

Giovanni

Abbiamo saputo ieri da Giovanni che Ahmed  ha potuto finalmente abbracciare il fratello, che, dichiaratosi minore, è stato portato a Catania e collocato presso un centro che offre vitto e alloggio.

Abbiamo diversi centri  che accolgono i minori in città, e non lo sapevamo… Si stanno infatti moltiplicando. Visto che il Ministero paga, alle spalle degli stranieri, che continuano a non essere accettati, si profila la possibilità di un business non indifferente.

La testimoninanza di Giovanni conferma quello che i notiziari ci dicono ogni giorno, cioè che i migranti scappano dal Villaggio degli Aranci, ma aggiunge qualcosa di più. Scappano perchè non vogliono restare qui. Hanno in testa altre destinazioni, vogliono andare in altri paesi europei.

Tra loro ci sono anche Etiopi ed Eritrei, provenienti da una zona di guerra, che possono aspirare allo status di rifugiato. Eppure scappano. Vogliono evitare di essere identificati. Il motivo non è quello contenuto nelle dichiarazioni governative. Non sono delinquenti. Sanno invece che l’identificazione fatta in Italia li obbligherebbe a restarvi, così come prevede la Convenzione di Dublino

Molti di loro, come abbiamo visto, vogliono andar via dall’Italia, raggiungere altri paesi dell’Europa, dove hanno amici e parenti, dove pensano di avere più possibilità di lavoro. Ecco perchè la loro odissea non è finita. Devono continuare a fuggire.

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