A combattere contro Gheddafi ci si può guadagnare, non solo il controllo dei pozzi di petrolio, ma persino il titolo di paladini della libertà. Il dubbio di essersi infilati in una guerra di cui non si sono valutate tutte le conseguenze, tuttavia, permane. E con questo anche tanti altri dubbi, ad esempio quelli sulla natura della sollevazione popolare libica e su chi siano in effetti gli insorti.

Per cercare di rispondere a queste e ad altre domande, venerdì scorso, all’auditorium De Carlo, oltre a don Pino Ruggieri, sono intervenuti due esperti di storia dei paesi arabi, i professori Cresti e Melfa, docenti alla Facoltà di Scienze Politiche. Moderatrice del dibattito, organizzato dalla Convenzione per la pace, la professoressa Adriana Cantaro.

Il professor Cresti, che -essendo in partenza- ha contribuito con un breve intervento, si è soffermato soprattutto sulla natura dell’insurrezione in Cirenaica, la regione libica che ospita il maggior numero di pozzi di petrolio, ma ha meno beneficiato dei profitti dell’oro nero.

Direttore del Centro Studi sul mondo islamico contemporaneo e l’Africa, autore del saggio “Non desiderare la terra d’altri”, Cresti ha saggiamente riconosciuto che “non siamo in grado di capire cosa realmente stia accadendo in Libia”. Degli insorti di Bengasi, ad esempio, sappiamo pochissimo.

Vedere sventolare la bandiera dello stato monarchico, il primo sorto dopo la colonizzazione, non gli è sembrato rassicurante. Il controllo ferreo esercitato sulla popolazione, attraverso il sostegno di gruppi militari, ha infatti caratterizzato la monarchia libica, uno stato certamente non democratico e mal visto soprattutto in Tripolitania.

Quanto al carattere spontaneo del movimento, non possiamo escluderlo, anche perchè la Cirenaica era già una regione incandescente, contrassegnata da movimenti insurrezionali di matrice islamista. Ma non possiamo neanche escludere che il movimento sia stato indotto dall’esterno, soprattutto a causa delle notizie che circolano da tempo sulla presenza in Libia di servizi segreti di paesi terzi. In quelli che Cresti ha definito “gli automatismi della guerra”, accade che, nel caso in cui si preveda un attacco, venga inviato qualcuno che possa dirigerlo in loco.

Nessuna certezza, quindi. Solo supposizioni e ipotesi, tranne che sul ruolo del petrolio nel conflitto.

Grazie al petrolio, e oggi anche al gas, la Libia non è più la “scatola di sabbia” di un tempo, quando era uno dei paesi più poveri del mondo. Su come sia stata utilizzata questa ricchezza durante il regime di Gheddafi si è soffermata Daniela Melfa, docente di Storia dei Paese Arabi.

La ricchezza prodotta è stata redistribuita permettendo alla popolazione libica di ottenere non solo l’accesso agli alimenti di base, ma anche una serie di servizi come acqua, energia elettrica, istruzione gratuita e indennità di disoccupazione. Non a caso la Libia occupa il 58° posto nella graduatoria dell’Indice di Sviluppo Umano (ISU) nel mondo.

Non sono certo mancate le ombre, come ad esempio il divieto di insegnamento delle lingue straniere nelle scuole, scelta politica che ha contribuito all’isolamento del paese nel mondo.

Nonostante il largo consenso generato dal miglioramento delle condizioni di vita, non sono mancate nel tempo manifestazioni di dissenso al regime da parte di gruppi sociali ed etnici, nei confronti dei quali è scattata la repressione.

A farne le spese sono stati innazi tutto i Berberi, popolazione nordafricana precedente alla conquista araba, che ha una presenza significativa anche in Libia. Partendo dalla convinzione che il Nord Africa debba essere arabo al 100%, Gheddafi ha cercato in tutti i modi di costruire una identità statale e nazionale unitaria, che non esisteva al momento della formazione dello stato indipendente. La conseguenza è stata una arabizzazione forzata che ha cancellato i berberi dai libri di storia, ha impedito di attribuire nomi berberi ai bambini, ha negato la possibilità di promuovere la cultura berbera, anche sui siti internet.

Il controllo è stato molto forte anche sulla vita politica. Il regime di democrazia diretta, basato sull’autorità del popolo e sui comitati di base ha comportato il divieto di formare partiti e non ha consentito libertà di espressione.

Ambiguo l’atteggiamento di Gheddafi nei confronti della senussia, confraternita religiosa sviluppatasi in Cirenaica dall’inizio dell’800, divenuta elemento di coesione e di pacificazione nei conflitti tra tribù. Capo politico e fugura religiosa di riferimento della senussia era stato Omar al Mukhtar, divenuto anche leader della resistenza contro gli italiani, dai quali fu in fine catturato e impiccato. Gheddafi ha riconosciuto l’importanza di questa figura, la cui immagine è immortalata sulle banconote e la cui epopea è stata celebrata in un film finanziato dal regime (e censuraro in Italia). Le iniziative nell’ambito della promozione degli studi storici dimostrano, tuttavia, che è in atto un tentativo di rimuovere il ruolo della senussia.

Altri interventi di Gheddafi, finalizzati a promuovere l’unità del popolo e la creazione di una mentalità nuova, hanno avuto carattere anti-tribale. Nomadi e seminomadi sono stati spinti verso la sedentarizzazione e le divisioni amministrative sono state riviste sulla base di criteri diversi da quelli tradizionali. Anche l’urbanizzazione ha contribuito ad allentare i legami tribali, soprattutto tra i giovani, determinando la riduzione dei rapporti endogamici. La conseguenza è stata una omogeneizzazione, che tuttavia non ha impedito l’emarginazione di alcuni settori della società dai centri di decisione politica e dagli investimenti economici.

Anche a livello tribale, del resto, è di fatto accaduto che alcune tribù, come quella di Gheddafi e altre, a cui sono stati affidati ruoli chiave nell’esercito e nei servizi segreti, venissero privilegiate.

Penalizzati soprattutto l’est e il sud del paese. Ai tempi della monarchia (dal 51 fino al 63), ad esempio, Bengasi condivideva con Tripoli il ruolo di capitale. E’ naturale che, nella Libia di Gheddafi, la città si sia sentita marginalizzata. Questo ha creato malumori, espressi attraverso rivolte e diserzioni.

Quanto al sud, la marginalizzazione è testimoniata dalla carenza di trasporti pubblici e di infrastrutture, concentrate tutte sulla costa. Mancano anche i taxi, condannati del resto nel “libro verde” perchè considerati un “sopruso a danno del bisogno altrui”.

Qual è la consapevolezza della complessità della situazione da parte dei governi che hanno scatenato la guerra? Fino a che punto sono state, e saranno, manipolate le informazioni per convincerci della necessità dell’intervento? Qualcosa di più sulla Libia abbiamo capito, ma le domande aperte rimangono e le risposte sono ancora lontane.

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