Riportiamo per intero la testimonianza di un giovane volontario del Centro Astalli, Giovanni Sciolto, che ha condiviso un momento di vita quotidiana con alcuni stranieri che vivono al Palazzo delle Poste di Viale Africa.

Rimasi in equilibrio sul cornicione mentre il treno sfrecciava tra me e il mare. Da quando avevo iniziato a collaborare col Centro Astalli mi era spesso capitato di chiedermi come si vivesse la quotidianità varcato quel cancello dietro l’ufficio postale del Viale Africa.

Scuotendo la testa, sorrisi, nel rendermi conto che le telecamere di sicurezza, vecchie e spente, erano ancora al loro posto. Anacronistiche, ossimoriche se rapportate ad una realtà, quella del “Palazzo delle Poste”, che sostanzialmente le istituzioni hanno deciso di ignorare strategicamente.

Nel grande cortile su cui si affacciano le tre strutture risuonano, da una vecchia radio, note gitane che accompagnano le attività dei Rom che risiedono nel piano interrato. I bimbi girano intorno ad una sedia coi loro tricicli mentre un uomo, tra un sorso di vino ed un altro taglia i capelli ad un anziano signore.

Da una delle finestre del “palazzone” dove vivono i Maghrebini, Kamel mi saluta con la mano. Madou urla ai ragazzi che oggi c’è un ospite a pranzo. Un Tubabu. Un bianco dell’altra Catania.

Accolto da strette di mano, tra giovani africani che battono il pugno sul petto come segno di rispetto nei miei confronti, entro nella stanza dove dormono i richiedenti asilo dell’Africa Occidentale quando passano da Catania. E’ il loro ostello. Una ventina di materassi in fila su cui, la notte, i sogni della dolce vita si fondono con la cruda realtà dei gelidi interstizi urbani.

Daou dorme ancora. Lo sveglio tirando via il piumone tra risate fragorose. “Ini sogomà! Ere serà?!”. Riconosce il mio “inconfondibile” e ridicolo Bambara. “Giovanni…” Gli faccio cenno che è tardi indicando lo schermo del telefonino. E’ lui l’addetto alla cucina. Bouba e Mohamadou hanno comprato il pollo, le cipolle, le melenzane ed il riso. Non hanno gas nella stanza, chiaramente. Non hanno nemmeno una bombola. Ma hanno tanta legna…

Così, mentre Daou si alza e lava le mani con l’acqua che qualcuno dei fratelli ha portato dall’esterno con un secchio, Ba taglia la legna in piccoli pezzi e accende il fuoco.

Nell’attesa che il pranzo sia pronto si accende un dibattito sulla guerra in Libia e su quella in Costa D’Avorio. Un dibattito che, lontano dalle aule universitare, palesa una conoscenza disarmante relativamente ad argomenti di politica internazionale da parte dei giovani figli dell’Africa. C’è rabbia nei confronti di quei dirigenti che hanno svenduto il continente. Dubbi su Senghor, su Ouattara e tanto odio verso quella Francia che dopo aver sfruttato le loro risorse li ha scaricati. Odio per quelle parole di Sarkozy a Dakar.

Si tira in ballo anche un verso di Aimé Cesaire. Lontano, lontano dai banchi. E’ piacevole ascoltare le rivendicazioni di una gioventù che, nonostante tutte le sofferenze, le privazioni, nonostante le carceri libiche, il Sahara, i fratelli morti in mare o tra i campi, lo sguardo presuntuoso dei giovani occidentali, ha ancora la voglia di discutere della cosa pubblica.

Daou ci richiama. Laviamo le mani e seduti a terra, intorno a due piatti grandi pieni di riso inizia il nostro pranzo. La forchetta per me la hanno preparata. Ma la lascio sulla sedia. I primi bocconi e divento un clown. Il viso mi si tinge di rosso salsa. E’ evidente la mia difficoltà a mangiare con le mani. I ragazzi scoppiano a ridere. Kaba mi fa vedere come si fa a prendere il riso e mangiarlo senza sporcarsi.

Finiamo di mangiare, il sole è caldo e il panorama, dal palazzo delle poste è meraviglioso.

Sento la voce di Mohammed, un amico ghanese che non vedo da qualche giorno. Sul terrazzo, al piano di sopra vivono “gli anglofoni”. Salgo. I ragazzi di Kumasi stanno costruendo una porticina in legno. Mi volto verso il mare.

E’ come volarci sopra se ci si ferma in equilibrio sul cornicione. Tra le luci intermittenti delle serate al centro “Zo” e le candele delle fredde camere dimenticate da tutti. In equilibrio tra il mare e la terraferma.

Tratto dal blog di Giovanni Sciolto, Il ghetto dei fenicotteri

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2 Responses to “Così vicini, così lontani. Vivere al Palazzo delle Poste di Catania”

  1. perchè non demolire questo ecomostro? Perchè lasciare che un edificio brutto, mal fatto e inutilizzabile nasconda la vista e l’accesso al mare ai cittadini?

  2. Salve, sono Orlando Ernesto presidente di un’associazione sportiva SOFT AIR. Io e la mia squadra stiamo pensando di venir a giocare praticando il nostro sport che è il SOFTAIR all’interno del vecchio palazzo delle poste ma non eravamo a conoscenza di questo fenomeno che abbiamo appena letto.m Quindi stiamo pensando una cosa: Se potessimo portare il nostro sport da loro e fargli passare una domenica mattina insieme a noi per fargli capire che fuori di quelle mura non tutti si sono dimenticati di loro??? Che ne pensi, mi rivolgo a te “linarena” dammi una risposta quando puoi l’evento sarebbe per domenica 18 marzo 2012

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