Acqua dal rubinetto per lavarsi, acqua in bottiglia per bere. E quindi da comprare. E’ forse questo che si intende per privatizzazione dell’acqua? O ci sono altre implicazioni? Per chiarire i termini della questione e quindi capire meglio i due quesiti referendari che riguardano l’acqua, abbiamo trovato efficace l’intervento di Anna Bonforte all’assemblea organizzata il giorno 19 dalla CGIL di Librino. Primo di una serie di eventi previsti per riflettere sui temi dei referendum, l’assemblea ha ospitato anche una relazione sul nucleare e una sul legittimo impedimento, su cui torneremo in altra sede.

Al problema dell’acqua sono dedicati due dei quattro quesiti referendari, tutti caratterizzati da formulazioni molto tecniche, non immediatamente chiare ai non addetti ai lavori. Viene chiesta infatti l’abrogazione di alcuni commi di articoli di legge che molti di noi non conoscono o di cui non è facile cogliere le implicazioni. Tanto è vero che è stato necessario lo studio attento di alcuni giuristi per individuare i passaggi che contengono delle “trappole” pericolose per il nostro libero accesso all’acqua e per le nostre tasche.

Nella sua sintetica relazione la Bonforte, rappresentatnte del Forum catanese per l’acqua pubblica, è risucita innanzi tutto a sgombrare il campo da alcuni equivoci.

Primo equivoco smontato: non è vero che sia la Comunità Economica Europea ad imporci la privatizzazione dell’acqua. E’ vero che la CEE ha stabilito che i “servizi di interesse pubblico che hanno rilevanza economica” debbano essere gestiti tutelando la concorrenza. Ma a chi tocca stabilire se l’acqua è un servizio che ha rilevanza economica? Solo a noi. Nessuno ce lo può imporre. Basta riconoscere l’acqua come un bene su cui non si possono fare profitti.

Secondo equivoco: non viene privatizzata l’acqua ma la sua gestione. In effetti la proprietà dell’acqua è del demanio e tale resterà, essendo l’acqua un monopolio naturale. Quella che si vuole privatizzare è la sua gestione, vale a dire la captazione, la distribuzione e la cura delle acque reflue. Lì sta il businesss.

Terzo equivoco: con la scusa di renderla più efficiente e di ottenere il contributo di capitale privato, la gestione dell’acqua viene tolta ai comuni e quindi ai cittadini.  Questo non vuol dire che i Comuni abbiano gestito bene i servizi a loro affidati. Anzi spesso li hanno gestiti male e talora anche per ottenere vantaggi personali. Ma non possiamo buttar via il bambino con l’acqua sporca. Se ci sono stati degli errori vanno corretti, senza per questo condannare a morte il sistema.

Se la gestione dell’acqua rimanesse ai comuni, si potrebbe infatti ricreare un circuito virtuoso tra amministratori e amministrati.  Nell’ambito del Comune i cittadini possono chiedere conto del loro operato ai rappresentanti che hanno eletto e che sono responsabili nei confronti dei loro elettori. Possono esercitare quindi una forma di controllo. E il controllo è la prima forma di cittadinanza, quella di cui dovremmo riappropriarci. Altrimenti il comune sarà ridotto solo a fare da ufficio anagrafe.

Abbiamo già fatto con i rifiuti l’esperienza di cosa comporti l’allontanamento di chi gestisce il servizio da chi lo utilizza, pagandolo con le proprie bollette. I risultati sono stati: aumento del costo della bolletta, ingiunzioni, contestazioni e la costante sensazione di avere a che fare con un interlocutore sfuggente che agisce in modo arbitrario, senza ce per questo il servizio sia migliorato. Anzi.

Anche sulla gestione dell’acqua abbiamo degi esempi “illuminati”. Innanzi tutto Arezzo. E’ stato il primo comune in cui si sia creata una società mista, pubblico-privata, dove il pubblico, pur avendo la maggioranza, non può decidere se non con il consenso dei privati. Dopo 10 anni i cittadini si sono trovati con la bolletta più cara d’Italia e senza gli investimenti promessi.

L’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua viene giustificato infatti con la motivazione che ormai la rete che porta l’acqua a domicilio è diventata un colabrodo. Servirebbero interventi costosi per rimetterla in sesto e soldi non ce se sono. Creando delle società a capitale misto pubblico-privato, si intendono attirare capitali privati per poter realizzare i necessari investimenti di manutenzione della rete.

Spinti da quale nobile motivo i privati dovrebbero aspirare ad entrare nella gestione dell’acqua e impegnarsi a fare le opportune migliorie? Se i privati entrano nell’affare lo fanno solo per ricavare un profitto, per guadagnarci. C’è poco da scandalizzarsi. Ci scandalizza molto di più che siano i servizi pubblici ad essere gestiti con intento di profitto privato e personale.

Certamente sarebbe possibile creare delle convenzioni molto esigenti che riducano il ruolo dei privati e la loro possibilità decisionale, ma una convenzione vantaggiosa per il pubblico e non vantaggiosa per il privato potrebbe essere poco appettibile per quest’ultimo e indurlo a lasciare un affare che non è più tale.

Ma c’è un altro motivo per il quale si vuole attribuire la gestione dell’acqua ad una società di capitale. Ed è il fatto che sulle società di capitale, anche quelle a capitale pubblico, non può intervenire la Corte dei Conti. Insomma un altro modo per sottrarsi al controllo e avere le “mani libere”. Non certo per fare beneficienza. E nemmeno per fare gli interessi della collettività.

Le modalità di gestione dell’acqua toccano un aspetto fondamentale del nostro vivere civile. Da un po’ di tempo a questa parte abbiamo smesso di pensare che i beni pubblici siano qualcosa da salvaguardare e da rispettare nell’interesse di tutti. Li abbiamo trasformati in una occasione di arricchimento privato e abbiamo smesso di controllare coloro che, per la carica che ricoprono, hanno accesso alla loro gestione e se ne sentono “padroni”.

Invece di coinvolgere i privati in un affare che siamo noi cittadini a dover pagare con le nostre bollette, riprendiamo il controllo dei beni pubblici e costringiamo i nostri amministratori a farlo nel modo più rispettoso degli interessi collettivi.

Leggi i quesiti referendari sull’acqua pubblica in pdf

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One Response to “Giù le mani dall’acqua pubblica”

  1. SEMPLICE CRISTALLINO COME L’ACQUA E’ TUTTO ORMAI CHIARO DA TANTO TEMPO PRIVATIZZARE TUTTO FARE AFFARI PROFITTO, SPECULARE SU TUTTO ANCHE I BENI NECESSARI INDISPENZABILI ALLA VITA, E DOPO L’ACUA SARA’ LA VOLTA DELL’ARIA DA RESPIRARE DA TRASFORMARE IN MERCE
    SIAMO AL DISFACIMENTO DELLA SOCIETA’ CIVILE ALL’ABBRUTIMENTO POLITICO ECONOMICO SOCIALE, VIVIAMO IN UNA SOCIETA’ CAPITALISTA CON UNICO SCOPO IL PROFITTO A QUALSIASI COSTO
    BISOGNA FERMARLI
    ANDIAMO IN MASSA A VOTARE
    SI SI SI SI

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