ascolta la canzoneSicilia, seconda metà dell’ottocento, una donna, a capo di un’allegra brigata di contadini, canta, accompagnata dalla chitarra battente e dai violini, una canzone d’amore in cui parla di se stessa, dei suoi problemi, del suo uomo.

Sembra incredibile, eppure, come scrive Francesco Giuffrida “tra tutti i canti popolari raccolti in Sicilia dai primi anni del 1800 a oggi una percentuale superiore al 10% ha per soggetto una donna”. Tra queste canzoni, un posto di particolare rilievo è occupato da Amuri ca di notti. Non solo perché la musica del primo verso richiama quella di Funesta ca lucive, attribuita a Vincenzo Bellini, ma, soprattutto, per la bellezza del testo. Non a caso è stata incisa da molti interpreti del canto popolare siciliano.

Amuri ca di notte vai cantannu
ju era a menzu sonno e ti sintìja
vutai li spaddi a me’ maritu tannu
ccu li lacrimi all’occhi, ca chiancìja.
La spunna di lu letto era vagnata
ju l’asciucava ccu la vampa mia.
Si n’autra vota amuri vai cantannu
morta mi trovi di malinconia.
Amore che di notte vai cantando
io ero in dormiveglia e ti sentivo.
Voltai le spalle a mio marito allora
con le lacrime agli occhi, piangendo.
La sponda del letto era bagnata
io la asciugavo con la mia vampa.
Se un’altra volta amore vai cantando
mi trovi morta di struggimento.

Parole che mettono in luce, sempre secondo Giuffrida “le condizioni di vita delle ragazze siciliane costrette, spesso, a matrimoni imposti […] Qui non siamo di fronte a un semplice tradimento; qui c’è una donna legata a un uomo che non ha voluto, che le è stato imposto, a cui è stata venduta”. Un uomo che sarebbe più appropriato chiamare tiranno.

E, se cerchiamo bene, quest’ultimo termine, in effetti, potrebbe essere presente nel testo. Infatti, nel terzo rigo, incontriamo tannu, un avverbio che possiamo tradurre con allora, a quel tempo. Un termine che ‘stona’ con l’andamento complessivo del canto. Giuffrida, utilizzando gli scritti di Serafino Amabile Guastella (in particolare, i Canti popolari del circondario di Modica del 1876), propone una lettura diversa; non tannu ma trannu (contrazione di tiranno) doveva essere il termine originale. Insomma, si potrebbe trattare di una contrazione (spesso usata nei canti popolari siciliani per esigenza di metrica) che, nel corso del tempo, forse a causa di un suono sgradito, ha lasciato il posto a tannu.

Per cui, conclude Giuffrida, “basterebbe cassare quel tannu e ripristinare il trannu per avere un canto ‘restaurato’ in maniera corretta e quindi più rispettoso della realtà e della lingua siciliana”.

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