Sedici pagine di sentenza del GIP di Catania Giuliana Sammartino per NON accogliere la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero e ordinare la restituzione degli atti affinché il PM formuli le imputazioni di reato di abuso e/o reato di peculato per 28 indagati nell’inchiesta sui Servizi sociali del Comune di Catania.

“Nel luglio 2010 – si legge su La Sicilia del 18/05/2011 – l’inchiesta giudiziaria mise in luce la presunta gestione illecita dei finanziamenti erogati per l’assistenza alle fasce deboli della cittadinanza, una vera e propria cricca clientelare. Le accuse di questo troncone d’indagine riguardano le nomine dei componenti delle commissioni che assegnavano gli appalti (nomine fatte da Stancanelli, all’epoca dei fatti assessore regionale alle Politiche sociali, previa intesa con l’ex assessore comunale ai servizi sociali Giuseppe Zappalà, e rese operative dal dirigente Camerini) e i compensi percepiti dagli stessi commissari per complessivi 311.985 euro”.

Non è la prima volta che la Procura di Catania chiede al Giudice per le indagini preliminari l’archiviazione, ed invece è proprio il Giudice a rimandare tutto indietro con la formula della imputazione coatta.

A leggere la decisione del GIP sembra che i capi di accusa siano molto chiari e vorremmo allontanare da noi il sospetto che la scelta del PM sia stata determinata dalla tipologia degli indagati e dal clima generale che indirizza l’impegno sanzionatorio verso categorie deboli.

Auspichiamo che in futuro, dopo la nomina del Procuratore della Repubblica, si determini a Catania una tolleranza zero verso l’uso improprio del denaro e delle funzioni pubbliche. Sarebbe il primo passo verso un avvicinamento tra i cittadini e chi amministra la cosa pubblica.

Tornando ai fatti, sempre da La Sicilia leggiamo “Le nomine, secondo l’accusa, venivano effettuate con procedure illegali; esse avrebbero dovuto riguardare esperti dell’area socio-sanitaria, invece si trattava di persone estranee al settore e incompetenti della materia; tra i commissari figuravano: un impiegato postale (Giuseppe Calì), un bancario (Fabio Guglielmino), un dipendente Fiat (Sebastiano Cicero), un impiegato tecnico scolastico (Pietro Addario), un funzionario del Genio civile (Maurizio Maccarrone), un altro dipendente scolastico (Andrea Castelli), un candidato alle comunali del 2008 nella lista «Stancanelli sindaco» (Claudio Nicosia), un geometra militante nell’Mpa (Concetto Poma) e un ex dipendente del distretto militare in pensione (Sebastiano Di Mauro). In sede di interrogatorio, nell’ottobre scorso, il sindaco dichiarò a propria discolpa che quelle da lui designate erano persone di sua fiducia e che possedevano i requisiti soprattutto morali per rivestire quegli incarichi; ma il sindaco poi non riuscì a dimostrare di essere a conoscenza delle effettive competenze relative a quelle persone. Dal canto loro, il dirigente Camerini e l’assessore Zappalà ammisero che si trattava di designazioni e nomine politiche di sottogoverno riguardanti soggetti incompetenti che dovevano essere nominati solo per ricambiare favori politici.”

Indignazione e sconcerto sono espressi da alcuni siti locali. Leggiamo su Sudpress “Siamo di fronte al più becero esempio di occupazione dei posti di sottogoverno praticato da Stancanelli e dalla destra catanese. Il clientelismo come pratica politica funzionale al controllo del consenso elettorale. Stancanelli era perfettamente cosciente dell’abuso di ufficio che stava perpetrando usufruendo della sua carica di assessore regionale. L’istituzione come parte integrante di un sistema di potere che si autoalimenta con le clientele e lucra sui bisogni della gente. Abbiamo denunciato più volte le illegittime e illegali metodologie nella gestione dei servizi sociali. E’ inaccettabile e impensabile che tali pesanti accuse possano permettere al Sindaco di Catania di continuare ad amministrare la nostra città”.

E su qualche blog (Patrizia Maltese) si ironizza a proposito di Stancanelli che “ha provato a farsi beffe dei giudici spiegando loro – per esempio – di avere infilato in una commissione aggiudicatrice di un appalto per il servizio di assistenza agli anziani un tal Giuseppe Calì, impiegato delle Poste, la cui competenza risiederebbe nel fatto di essere “padre di un soggetto disabile”, come si legge nelle carte del Gip. Arroganza del potere: pensare di poter fare qualunque porcheria e poi – grazie all’impunità diffusa – giustificarla sparando cazzate senza paracadute”.

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