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I neonati di allora oggi hanno il diritto di voto, la patente, e hanno finito la scuola superiore. Alcuni di loro studiano all’università. Specialmente  ai cittadini che poco o nulla ricordano delle stragi del ’92, consigliamo di ascoltare la ricostruzione delle figure di Falcone e Borsellino fatta dallo storico Salvatore Lupo stamattina su Radio 3, nella trasmissione Tre colori. Una ricostruzione preziosa perché lucida, pacata, semplice e attentissima. Un ottimo memento per tutti noi che oggi siamo, forse, tormentati da diverse emozione, da altri pungoli e sospetti.

Diciannove anni fa, il 23 maggio del 1992, il giudice Giovanni Falcone veniva ucciso a Capaci in un attentato “apocalittico”. In un altro attentato dinamitardo, neanche due mesi dopo sarebbe morto Paolo Borsellino.

Ai funerali una folla, rabbiosa e impotente, contesta gli uomini politici e i ministri, intervenuti a Palermo come in un rituale, li ricopre di monetine e li costringe a fuggire.

Questa stessa folla si commuove quando la vedova dell’agente Vito Schifani prende in mano il microfono e si rivolge direttamente ai mafiosi. Vorrebbe offrire il suo perdono, ma contestualmente invoca giustizia e chiede, quasi ordina, a coloro che hanno ucciso il suo uomo, di inginocchiarsi, di cambiare. “Nelle sue parole la fragile retorica del perdono si scontra con il desiderio di giustizia”, chiesto per coloro che sono morti per lo Stato.

Eppure queste morti non sono, secondo Lupo, un’ennesima sconfitta, ma una vittoria, sia pura ottenuta a caro prezzo. Falcone e Borsellino vengono infatti uccisi per aver ottenuto degli importantissimi risultati.

Il primo è quella di riconoscere Cosa Nostra, Si tratta di un’organizzazione e non di un costume, è fatta di persone e non è una mitica creatura, ha i suoi fondamenti e le sue regole.

Il secondo è quello di riuscire a perseguire questa organizzazione, ottenendo delle condanne, come accade nel maxiprocesso della metà degli anni ’80 e nelle altre innumerevoli inchieste che ruotano attorno ad esso.

Il terzo è quello di riuscire a confermare questi risultati, evitando che la Corte di Cassazione cancelli la sentenza del maxiprocesso. E’ quello che fa Falcone andando a Roma, al ministero di Grazia e Giustizia.

Le vittorie sono ottenute grazie ad un metodo di lavoro fatto di strumenti nuovi utilizzati in ambiti collettivi.

Gli strumenti utilizzati sono:

  • seguire i flussi di denaro, dei grandi affari (Falcone era esperto di indagini tributarie)
  • tenere alto l’allarme collettivo, obbligando il paese a considerare grave il fenomeno mafioso, a non abbassare la guardia, ad avere paura, per evitare che le svolte si consumino nel silenzio.
  • polemizzare contro la teoria del terzo livello, l’idea che non siano i “tagliagole” dei mafiosi i veri responsabili, ma coloro che li ispirano e li manipolano in alto loco. Anche se è vero che la mafia ha sempre relazione con dei poteri che stanno al di sopra dei criminali, l’impossibilità di individuare le responsabilità penali di chi appartiene a questo livello, che rimane sfumato e irraggiungibile, determina una impotenza dei giudici. Solo individuando le responsabilità all’interno della organizzazione divenne possibile disaggregarrla come nessuno aveva mai fatto prima.

C’è un’altra domanda che ci si pone: furono uccisi per punirli di quello che avevano scoperto o per evitare che scoprissero altre verità? Per il passato o per il futuro?

Secondo Lupo lo stragismo degli anni 92-93 rappresenta l’ultimo colpo di coda della mafia corleonese. Poi è subentrata un’altra stagione. Il saldo è dubbio. Anche se indebolita, la mafia esiste ancora ed esiste anche il suo legame con il mondo politico, anche se in nuove forme.

Sembra impossibile che prezzi così alti siano stati pagati senza una palingenesi, perchè purtroppo il nostro mondo non è più morale di quello di allora. Ma queste figure portano con sè lascito importantissimo.

Credo nello Stato, diceva Falcone, penso che sia la mancanza del senso, interiorizzato, dello stato a generare le distorsioni presenti nell’animo dei siciliani, il dualismo tra società e stato, il ripiegamento sulla famiglia, sul clan, la ricerca di un alibi per una vita visuuta nell’incapacità di riconoscere regole collettive.

Eppure sia lui che Borsellino sono figli di questa terra e hanno dimostrato con la loro vita, con l’efficacia del loro lavoro, con al loro morte la fedeltà all’idea della Stato come giustizia super partes.

Se questo è accaduto, c’è ancora speranza.

Nel corso della trasmissione, l’intervento del professore Lupo è stato inframmezzato da registrazioni dell’archivio della Rai: edizioni straordinarie dei Tg, l’intervento della vedova dell’agente di scorta Vito Schifani al funerale di Falcone, il discorso di Borsellino alla Biblioteca di Palermo e una testimonianza del giudice Antonino Caponnetto.

Ascolta la puntata di Radio 3 TRE COLORI del 23/05/2011 in streaming

oppure scarica il file MP3 da questo link
Salvatore lupo racconta le stragi del ’92

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