C’era e quasi non c’è più… O forse non c’era. O almeno non ci siamo accorti che ci fosse.

In effetti la Scuola Superiore di Catania, voluta da Enrico Rizzarelli, ex rettore del nostro Ateneo, esiste dal 1998. Non molti in città, tuttavia, si sono accorti che ci fosse, se non nella cerchia degli acculturati, interessati ad una formazione di alto livello per sé o per i propri figli. Pensata come scuola di eccellenza per studenti promettenti e brillanti, ha svolto il suo ruolo per 12 anni e si prepara adesso a morire per insipienza e miopia del Ministero dell’istruzione e degli organi decisionali della nostra Università.

Per capire meglio come si stia arrivando a questa fine ingloriosa vorremmo ripercorrere le tappe della vita di questa Scuola.

Per quei “venticinque lettori” che non lo sapessero, chiariamo intanto che non si tratta di uno dei licei o istituti tecnici che normalmente indichiamo come scuole superiori, ma di una Scuola con la S maiuscola, cosiddetta “di eccellenza”, per studenti universitari che vogliono migliorare la qualità della propria formazione ed accettano di sottostare a certe condizioni, oltre alla regolare iscrizione ad una facoltà del nostro Ateneo.

Fino ad ora le condizioni sono state: superamento delle impegnative prove di selezione, obbligo di residenza all’interno degli edifici della Scuola (avendone in cambio vitto e alloggio gratuito), corsi integrativi con professori scelti per particolari competenze, stesura e discussione di una tesi conclusiva, in aggiunta a quella regolamentare. Insomma il modello della Scuola Normale di Pisa, abbondantemente sperimentato, tanto da essere stato imitato dalla più giovane sorella pisana (la Scuola S. Anna) e da altre, nate in varie città italiane.

Le Scuole Superiori accolgono quindi un numero limitato di alunni, tutti di alto livello, offrono loro strumenti di approfondimento delle loro competenze, ma chiedono in cambio un impegno molto forte, dovendo gli alunni, contemporaneamente, frequentare le lezioni regolari della propria facoltà e sostenere i relativi esami, matenendo per giunta media alta e tempi stretti. Da massacrarsi, direte. Sì, perchè ci sono ancora ragazzi, e famiglie, che ritengono valido acquisire una preparazione seria e approfondita da spendere nel mondo del lavoro e più in generale nella vita. Ragazzi che non vogliono cercare la raccomandazione o la protezione del potente di turno e sanno che potranno, grazie al loro impegno e al buon nome della Scuola, entrare in Enti prestigiosi (come la Banca d’Italia), in rinomati centri di ricerca, nel mondo dell’imprenditoria.

A differenza di quello che si può credere, questi ragazzi ci sono e sono sempre in numero maggiore rispetto a quello che la scuola può accogliere.

Fino al 1998 i giovani catanesi che volevano accettare questa sfida e frequentare una Scuola Superiore dovevano allontanarsi da casa e andare quanto meno a Pisa.

Poi è cominciata la scommessa. Una scommessa molto importante, perchè una Scuola Superiore nel profondo sud dell’Italia, può essere un’occasione per valorizzare il buono, anzi l’eccellente, che c’è (sia tra gli alunni che tra i docenti), e per creare le condizioni di un futuro diverso. L’hanno capito anche a Lecce, altra città del Sud in cui è cominciato un percorso analogo.

Ma non è stata una scommessa sentita da tutti, neanche all’interno del mondo accademico, in cui forse è scattata la preoccupazione che si formasse un nuovo centro di potere alternativo a quello dell’Università. Risultato: la Scuola è nata per volontà del rettore di allora (Rizzarelli) ma non è stata approvata all’unanimità. Anche tra coloro che l’hanno approvata rimanevano probabilmente delle riserve, che sono emerse in tempi successivi.

Quanto alla città, la reazione è stata tiepida. Forse non era chiaro quello che questa Scuola poteva rappresentare, la spinta propulsìva che poteva offrire anche all’immagine e all’economia della città, visto il suo carattere di esperienza capace di attirare -come di fatto è avvenuto- studenti dalle altre provincie siciliane, da altre regioni (Lazio, Calabria, Puglia, Campania) e da altri stati del Mediterraneo (Egitto, Marocco, ..). Compagna di avventura su questa strada la Scuola Superiore di Lecce, che nasceva contemporaneamente a quella di Catania.

L’uomo della strada l’avrà vista come una delle tante “promesse” vuote di contenuto o come l’espressione di interessi di potere estranei alla collettività. La classe dirigente l’avrà temuta come una pericolosa concorrente alla propria egemonia. Illazioni, ma resta il fatto che l’esperienza è partita senza una ampia base di consenso e forse è mancata una comunicazione efficace che permettesse di farla diventare patrimonio comune della città.

A noi le vicende e le sorti della Scuola Superiore di Catania stanno a cuore, perché ci stanno a cuore tutte le iniziative che si propongono di portare innovazione positiva e di creare capitale umano valido, forte e preparato. Per questa ragione non trascureremo di parlarne, approfondendo la questione in altri articoli.

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5 Responses to “C’era una volta la Scuola Superiore di Catania…”

  1. Sulla serietá e eccellenza della scuola ho dei dubbi dettati dall’esperienza personale. Ho sostenuto personalmente i test d’ingresso per l’area umanistica, un po’ di anni fa: ho ricevuto punteggi bassisissimi (cosa che non mi aspettavo, ma che potrebbe essere legittima).Ho chiesto di visionare gli elaborati ed erano immacolati, non una correzione, una annotazione, un giudizio che motivasse i voti cosí bassi.
    Il regolamente degli esami parla inoltre chiaro, spiegando che il giudizio della Commissione esaminatrice è insindacabile: immotivato da un lato, insindacabile dall’altro.
    Sará forse eccellente sotto altri punti di vista ma mi permetto di dissentire quantomeno sulle modalitá di selezione.

  2. Alcune delusioni di persone care, e che stimo, mi hanno fatto capire che spesso non basta essere bravi, preparati e agguerriti. Nemmeno aver fatto un buon compito basta per vincere un concorso; spesso interviene anche la fortuna, specialmente nel momento in cui si compete tra persone preparate, e la commissione si trova a scegliere tra candidati tutti meritevoli e a dover escludere ragazzi comunque bravi.

    Capisco la delusione di non essere entrata e di aver trovato un compito intonso, senza nessuna spiegazione della valutazione che ti era stata data. La commissione è stata poco chiara nel comunicare le ragioni delle valutazioni date, ma in ogni caso una comunicazione sbagliata o torbida non è detto che nasconda qualcosa di disonesto.

  3. “Poco chiara”, “sbagliata”, “torbida” sono davvero degli eufemismi, considerato che non è dato sapere nulla a parte un numero. Si tratta di assenza totale di trasparenza e/o di spiegazione dei criteri su cui si basa la valutazione dei compiti, sopratutto quelli appartenenti all’area umanistica che, di per sé, sono soggetti a notevole discrezionalità.
    E’ un giudizio che non do sulla base di una delusione, ormai abbondantemente dimenticata (guardando alla mia carriera universitaria e ora professionale non credo tra l’altro che il non entrare alla SSC mi abbia pregiudicato in qualche modo), ma semplicemente volendo “cantare fuori dal coro” su un sito in cui la Scuola viene esaltata come isola felice del merito e dell’eccellenza nella realtà catanese.

  4. Penso che giudicare da un caso particolare sia una cosa sbagliata, dal proprio caso poi… Posso portarti questo esempio: tre miei amici catanesi, sono da sempre stati molto bravi, medaglie d’oro alle olimpiadi della matematica, ai primi posti per la borsa INdAM (una borsa per laureandi in matematica) e si sono piazzati ai primi tre posti nell’ammissione alla SSC del loro anno (e anche in altre scuole di eccellenza). Insomma, non credo proprio che il concorso sia stato in qualche modo truccato o non rispecchi completamente il merito, e per quello che ho potuto vedere alle varie ammissioni (normale, galileiana, etc) molti di quelli che entrano non entrano mica per caso.

  5. E’ l’assenza di trasparenza coi candidati da parte della Scuola che fa dubitare, non la preparazione degli alunni che vengono ammessi.

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