Addentrarsi nel labirintico e affascinante mondo dei blogger tunisini che hanno alimentato l’onda rivoluzionaria degli ultimi mesi. Un’esperienza multipolare che dalle aule universitarie della Facoltà di Scienze Politiche di Catania mi ha catapultato nel profondo Sud della Tunisia, tra partiti politici pirata, pseudonimi e doppie identità. Fino a seguire la resistenza libica in una casa in costruzione dove si smistano beni di prima necessità per i ribelli e le loro famiglie. E da lì, seguire la cronaca catanese e rendersi conto di quanto si somiglino il profumo delle zagare e quello dei gelsomini.

« Je vais vous raconter, avant de vous quitter… ». Arancione, il sole scompariva lentamente dietro le dune del Sud Tunisino. Avevamo lasciato Tataouine da qualche ora e ci dirigevamo speditamente verso Gafsa, uno dei più grandi centri cittadini nel Sud Ovest del paese.

Le mie pupille seguirono curiose l’indice di H, un blogger anonimo che avevo conosciuto la sera prima (mentre un caccia italiano sorvolava Tataouine) e che durante il viaggio per Tunisi mi avrebbe parlato del ruolo dei social network e dei blog nelle manifestazioni a Place de la Kasbah.

Stava indicando Redeyef sulla cartina della mia Lonely Planet.

Redeyef, cittadina di 37 mila abitanti nel bacino di Gafsa (600milioni di tonnellate di fosfato nel sottosuolo) fu teatro di una sanguinosa repressione con cui il regime Ben Ali sedò la protesta, nel 2008, di 20mila persone, perlopiù giovani disoccupati stanchi di sottostare alle logiche clientelari che li vedevano sistematicamente scartati nell’assegnazione di posti di lavoro nelle miniere di fosfato.

I “fatti di Redeyef” fecero rapidamente il giro del web; alle parole dei blogger anonimi si aggiungeva la potenza evocatrice delle immagini crude di corpi grondanti sangue. Youtube e Dailymotion erano stati oscurati nel novembre 2007 all’inizio delle proteste nella cittadina.
Immagini e video mostrate anche a me, da un mio coetaneo Tunisino, un pomeriggio di ottobre nel 2009 davanti al Centro Astalli di Catania. Erano stati girati da lui. Li custodiva con orgoglio, sicuro che quella a cui aveva partecipato sarebbe stata il gallo delle mobilitazioni di massa in una Tunisia stuprata dalla ferocia di una dittatura umiliante e violenta.

Mentre fissavo quella cartina mi ricordai di un sms ricevuto il giorno prima da mia madre. Tirai fuori il cellulare dalla tasca. Non avevo cancellato l’sms: “Oggi hanno sgomberato il palazzo delle poste”. Il pensiero andò, in quel momento, a quei giovani figli di Redeyef che proprio al Palazzo delle Poste avevano trovato rifugio fisico in questi anni, visto che quello politico gli era stato negato in nome di pragmatici equilibri internazionali.

Eravamo in quattro su un pulmino per 12. Andai a sedermi sul sedile in fondo. Guardai il sole scomparire mentre il ciondolo appeso allo specchietto retrovisore penzolava irriverente. Pensai ai pannolini per i figli dei rifugiati Libici in Tunisia che avevo smistato qualche ora prima a Tataouine, alle Kefieh insanguinate della sponda Sud del Mediterraneo, ai banchi delle università della sponda Nord, prima di addormentarmi, cullato dal cantilenare dei miei compagni di viaggio mentre la radio, in equilibrio tra il reale e l’onirico passava Dalida…
Giovanni Sciolto

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