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Sguardi luminosi, volti sorridenti, molti abbracci e bottiglie di spumante. Così è stata salutata anche a Catania la vittoria dei referendum, dovuta soprattutto al raggiungimento del quorum.

Proprio sul quorum, tuttavia, Catania non ha dato una grande prova di sé. Nonostante il generoso attivismo dei gruppi promotori, di partiti ed associazioni di base, oltre che dei singoli che si sono fatti trascinare in questa avventura, a Catania il numero dei votanti è rimasto inferiore alla metà degli aventi diritto.

A non perdere la faccia ci hanno aiutato quei comuni della provincia che hanno superato il 50, a volte anche il 60%. E non sempre si è trattato di comuni coinvolti nel ballottaggio per le amministrative, anche se -attraverso questi casi particolari- abbiamo potuto verificare quello che già immaginavamo, vale a dire che, se le due votazioni si fossero svolte nello stesso giorno in tutto il territorio nazionale, i votanti sarebbero stati molti molti di più. E avremmo risparmiato un bel po’ di soldi…

Tornando a Catania, tutti coloro che ci siamo impegnati a favore dei referendum, sarà opportuno riflettere sui numeri, non per scoraggiarci ma per imparare a gestire meglio la comunicazione, a dialogare non solo con chi la pensa come noi, a realizzare nei quartieri periferici non momenti occasionali di confronto, ma azioni capillari e presenze stabili, come del resto già fanno molte realtà note (pensiamo ai Briganti Rugby o al Centro Talità kum a Librino, al GAPA a s. Cristoforo, all’Experia all’Antico Corso) e meno note (per esempio il lavoro che Mani Tese e in particolare Lorenzo Valastro fa con i ragazzi del campetto di calcio di Monte Po).

Il lavoro per i referendum è stato, d’altra parte, solo un inizio. Lo hanno affermato i responsabili del comitato promotore anche durante la festa di piazza Duomo.

La partecipazione, la spinta dal basso che ha caratterizzato la campagna referendaria, nonostante l’oscuramento da parte dei mass media e di molte realtà istituzionali, deve continuare. Ci sono ancora molti altri problemi da affrontare, da quello dei rifiuti a quello delle energie rinnovabili. E anche sull’acqua non è detto che la battaglia sia finita.

Si tratta ad esempio di ragionare sul fatto che, di per sé, neanche la gestione pubblica è sempre virtuosa: sappiamo bene come i consigli di amministrazione siano terreno privilegiato di caccia dei politici al potere, cimiteri degli elefanti politici perdenti o dismessi; come spesso gli stessi incarichi tecnici e amministrativi non siano affatto dati con criteri di competenza, efficienza e onestà; come le perdite di gestione vengano scaricate regolarmente sulla collettività. Esempio luminosissimo, dalle nostre parti, è l’Acoset.

Non basta quindi affermare che l’acqua è un bene pubblico e tale deve restare, bisogna vigilare e battersi perchè sulla sua gestione ci sia trasparenza, competenza, possibilità di controllo da parte dei singoli e delle associazioni di cittadini.

C’è comunque voglia di continuare, si è riaccesa la fiammella della speranza, si sta sperimentando un modo nuovo di fare politica. La vittoria è di tutti, ha detto Danilo Pulvirenti, del Comitato promotore. Ma è importante che ciascuno “adotti” una questione da presidiare e un problema  da affrontare e se ne occupi con continuità.

http://www.youtube.com/watch?v=vVPnLWSWKxg

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