Ci sentiamo invasi. Quando ci viene data la notizia di nuovi arrivi, di nuovi sbarchi, ci sentiamo oggetto di una vera e propria invasione. O così ci viene presentata la situazione dai media o da molti politici.

I numeri presenti nelle statistiche mondiali ci dicono in realtà ben altro. “Leggendo i rapporti dell’UNHCR si osserva che l’Unione Europea, in effetti, è oggi solo lambita da questi movimenti globali che coinvolgono – tra rifugiati e internally displaced persons – circa 42 milioni di esseri umani.”

Di questi “solo una piccola percentuale di rifugiati e richiedenti asilo – il 12% secondo le stime dell’Alto Commissariato – raggiunge i paesi dell’UE”. Quanto all’Italia, essa riceve mediamente il 5,4 % delle domande proposte nei paesi industrializzati.

Quasi l’80% della popolazione rifugiata mondiale risiede in un paese in via di sviluppo e paradossalmente spesso i paesi noti a noi occidentali come “paesi di fuga” sono al contempo tra i primi paesi nell’accoglienza di rifugiati (ad es. Iran e Sudan).

Alla ignoranza riguardante le cifre si aggiunge quella relativa ai concetti.

Un’indagine campionaria condotta da Cittalia ha rilevato che solo la metà degli italiani ritiene di sapere cosa si intende precisamente quando si parla di rifugiati. I media hanno contribuito negli ultimi anni ad alimentare la confusione, sovrapponendo indistintamente i termini rifugiato, immigrato, profugo, e utilizzando “clandestino” al posto di “irregolare” . E questa confusione non accenna a finire nonostante nel 2008 il Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti si sia dotato di un protocollo deontologico al riguardo.

Eppure dal luglio del 1951, cioè dalla adozione della Convenzione di Ginevra, anche l’Italia ha aderito all’accordo internazionale che impegna gli stati firmatari a concedere protezione a chi fugge dalle persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche. Ai rifugiati, appunto.

Questo tipo di migrazione, detta anche umanitaria, ha come caratteristica quella di essere un’alternativa obbligata e non una scelta. Si distingue infatti dalla migrazione cosiddetta economica finalizzata al miglioramento delle condizioni di vita e scaturente da scelte spontanee e consapevoli dei migranti.

Ai migranti umanitari ed economici si aggiungono poi i cosiddetti rifugiati ambientali, cioè coloro che fuggono per il degrado ambientale e le catastrofi naturali come la desertificazione, la carenza di acqua, l’innalzamento del livello del mare, che impediscono loro di restare in terre divenute invivibili.

Questa categoria di migranti è presa in considerazione dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati che ha indicato il degrado ambientale tra le principali cause di emigrazione alla pari dell’instabilità politica, delle tensioni economiche e dei conflitti etnici.

Tuttavia il riconoscimento al rifugiato ambientale di una protezione analoga a quella concessa in presenza dei presupposti della convezione di Ginevra è ancora molto dibattuto.

Resta il fatto che chi fugge da situazioni di grave povertà o di degrado ambientale è spinto da una disperazione non inferiore a chi fugge da oppressioni politiche o religiose.

Siamo sempre in presenza di situazioni che mettono in pericolo la vita stessa dell’uomo e che ripropongono il tema centrale dei diritti umani.

In una giornata come questa non dovrenmmo sfuggire quanto meno ad un esame di coscienza, noi “italiani brava gente” che abbiamo respinto i migranti senza nemmeno sapere se avessero diritto all’asilo, condannandoli a morire nel deserto libico del nostro amico Gheddafi (quando era amico…).

Adesso che siamo “rinsaviti” da quella crudeltà, ci limitiamo a chiuderli in strutture militarizzate e li spostiamo in centri isolati strappandoli a percorsi di integrazione già avviati, come è accaduto a Mineo.

Forse sarebbe meglio non celebrare queste giornate senza aver prima riflettuto “sull’effettività del diritto di asilo, sulle modalità in cui questo principio irrinunciabile si traduce oggi in pratiche sociali e istituzionali.” Sandra Sarti, L’Italia dei rifugiati

Leggi il Comunicato della Rete razzista catanese sul peggioramento delle condizioni dei rifugiati di Mineo

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