Perché così spesso le donne maltrattate, picchiate, massacrate dai loro partner non hanno giustizia? Perché in maggioranza nemmeno li denunciano? La violenza domestica è un reato di serie B?

I problemi, gli ostacoli, le paure sono confermati dagli assistenti sociali, dai poliziotti e dai carabinieri, dai magistrati.

A queste categorie alle prese con situazioni delicate si è rivolto il convegno internazionale Violenza sulle donne e misure di contrasto: esperienze europee a confronto, il 23 giugno nella Facoltà di Scienze Politiche. Si sono discussi spunti e risultati di una ricerca intitolata Perché non denuncia? attuata in Inghilterra, Spagna, Romania, Italia. Qui il progetto ha per capofila l’istituto Cattaneo di Bologna; l’unità catanese opera nel dipartimento universitario DAPPSI ed è diretta da Rita Palidda, con l’aiuto del centro Thamaia.

Lo scopo non è soltanto studiare i fenomeni ma affrontarli, comparando le prassi, cercando soluzioni, formando personale, creando reti antiviolenza.

Per gli agenti dell’ordine quanto avviene nell’intimità delle case, seppur cruento, è difficile da portare allo scoperto e da perseguire. Sono pochi, hanno scarsi strumenti operativi, spesso non dispongono di una formazione adeguata.

Nella pratica giudiziaria è difficile, quando di tratta di relazioni sentimentali e familiari, tracciare distinzioni nette tra il conflitto e la violenza. Inoltre i tempi sono lunghi e la quantità delle archiviazioni è soverchiante: da sola derubrica il reato a fatto marginale, e gli aggressori lo sanno.

Nella società gli stereotipi sono tuttora un fardello pesante: se in generale si è restii a “mettere il dito tra moglie e marito”, è ancor più raro che si ammetta che la violenza maschilista non è caratteristica di categorie marginali o devianti, ma spesso è agita da uomini insospettabili, stimati professionisti, affabili vicini di casa.

Per le stesse vittime è arduo identificare “le botte” come reato; difficilissimo trasformare in termini giuridici l’indicibile sofferenza quotidiana; dolorosissimo portare e sostenere la denuncia nelle aule dei tribunali, scontando pubbliche umiliazioni, insulti, isolamento. Si accetta il male; si prende confidenza con il dolore e perfino con l’annullamento di sé; si cammina sull’orlo del baratro, sperando di non cadere. In fondo, si pensa, milioni di donne fanno la stessa cosa, da secoli.

Per lo più amano o hanno amato i loro compagni, sperano di redimerli o almeno di poterne governare gli eccessi. E’ raro che i familiari e gli amici le sostengano: le incitano a sopportare, a perdonare. Spesso non hanno fiducia nelle istituzioni, o non ne conoscono di specifiche. Temono di non essere credute (e avviene); di peggiorare la situazione con una denuncia; di perdere un supporto economico, magari l’unico in famiglia; di doversene andare di casa, o addirittura di perdere i figli.

Nei contesti europei esistono differenze considerevoli nella legislazione e nelle politiche di intervento: il caso più avanzato è la Spagna, dove dal 2004 il reato è perseguibile d’ufficio, l’assistenza legale è gratuita, sono stati istituiti tribunali specializzati e appositi gruppi di sostegno. La violenza di genere – proclama la legge – non riguarda solo la sfera privata, ma perpetua una disparità che le istituzioni devono sradicare, a livello sia repressivo sia preventivo.

Anche in Gran Bretagna esistono tribunali ad hoc e si sviluppano interventi diretti a seguire le vittime (da sostenere in un percorso attivo di autodeterminazione) e gli aggressori (da punire e da curare) in tutte le fasi del processo.

In Italia la legge sullo stalking costituisce una novità positiva, ma molto resta da fare e molto è affidato alla buona volontà dei singoli: si è costituita un’unità centrale delle forze dell’ordine con scopi di supporto e di formazione, ma sul territorio è difficile attuare misure di protezione sistematica e integrale e far funzionare reti efficienti di risorse umane e logistiche, tanto più in una fase di tagli indiscriminati. Nel caso di Catania, al danno si aggiunge la beffa: il Comune teorizza che il dramma delle donne maltrattate non riguarda i pubblici servizi, bensì la non meglio precisata “comunità”.

Convegno interessante, tema importante. Una perplessità, che attiene all’esigenza di capovolgere termini inadeguati. Solo per questi reati si concentrano i riflettori sulle vittime. Anche stavolta il soggetto della violenza è rimasto sullo sfondo.

Perché la violenza sessista viene descritta come un problema delle donne? Perché non si mostra che tutto questo sopraffare, segregare, costringere, violentare, talvolta uccidere, è un problema maschile? Di brutalità, di analfabetismo emozionale; di frustrazioni che si scaricano sull’oggetto più a tiro; di rapporti umani visti come dominio e possesso; di ignoranza di sé e dell’altra; di incapacità d’incontro paritario di soggettività libere.

Una nota di speranza: negli anni recenti riflessioni e azioni di “nuovi maschi”, seppur poco visibili, han cominciato a sedimentare strumenti comuni: han creato gruppi e associazioni, come la rete Maschile plurale. Viaggi nella differenza, finalmente non più a senso unico; viaggi necessari. Bisogna farli conoscere.

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