Scarti di vetro, di stoffa, di piertra lavica che sarebbero finiti tra i rifiuti e sono stati invece utilizzati per costruire gradevoli oggetti ornamentali. Sono i vasi, le lampade, i quadretti, i posacenere, i mobiletti esposti il 18 giugno a Palazzo Platamone per la mostra conclusiva del corso “La formazione è lavoro… dai rifiuti oggetti d’arte”.

Due gli obiettivi formativi di questo Por, finanziato con fondi europei, nazionali e regionali, attivato dall’Istituto Vaccarini e gestito insieme alla Scuola Media Cavour:

  • diffondere una sensibilità ambientalistica, attenta alla sostenibilità e soprattutto al riuso (da preferire sempre al riciclo)
  • fornire gli strumenti necessari per la nascita di attività artigianali autonome, capaci di stare sul mercato

Elaborato dalla professoressa Pina Arena, del Vaccarini, forte di precedenti esperienze, e da lei stessa coordinato e condotto insieme alla collega Lidia Sineri della Cavour, il progetto è stato pensato soprattutto per soggetti deboli come le donne, i disoccupati e gli stranieri

E sono state soprattutto le donne a frequentarlo. Donne creative, desiderose di uscire dal chiuso delle mura domestiche e di trovare una loro collocazione all’interno di un mercato del lavoro che tende ad escluderle.

120 ore di corso per un centinaio di persone divise in sei gruppi, quattro laboratori artigianali (“Io recupero…” vetro e metalli; carta e cartone; stoffa, ceramica e pietra lavica; mobili e oggetti dismessi) e due laboratori di informatica (uno per acquisire le competenze di base, l’altro sulla realizzazione di siti web).

Non sono mancati i momenti di inquadramento più “teorico”, uno sulle problematiche della gestione dei rifiuti, l’altro, conclusivo, sulla progettazione di una microimpresa, individuale o di gruppo.

Alcuni dei maestri artigiani, contattati per la competenza riconosciuta sul territorio, ma che comunque hanno dovuto partecipare alla selezione prevista dal bando, hanno messo a disposizione i loro laboratori con i macchinari e gli strumenti specialistici e hanno reso partecipi i corsisti di alcuni “segreti” del mestiere.

“Il corso -ci dice la professoressa Arena- è stata un’opportunità di formazione e di incontro tra persone con bisogni simili. Un’opportunità per fare nascere idee, costruire relazioni oltre che conoscenze, aprire finestre i cui sviluppi dipenderanno poi da ciascuno. Non tutti metteranno su impresa, ma tutti sono stati bene, hanno scoperto talenti, punti di forza, hanno conosciuto persone dalle quali hanno imparato e insieme alle quali hanno sperimentato una scuola che accoglie, dà formazione e crea integrazione.”

Riguardo alla concreta utilità per un inserimento lavorativo e alla possibilità di intraprendere attività autonome, “le prime risposte concrete -racconta- sono già arrivate. Uno dei maestri artigiani ha proposto ad un corsista talentoso di lavorare nella sua bottega. Un giovane ed una giovane hanno elaborato un progetto di laboratorio artistico-artigianale di “riparazioni di tutto” attraverso il contributo di Fonditalia e pare che la loro proposta abbia passato le prime fasi di valutazione. Alcune ragazze vogliono, per le loro lampade liberty con vetro riciclato, tentare la via del commercio in rete, che ha pure il vantaggio di sottrarsi al controllo mafioso”.

Anche di questo, infatti, si è parlato al corso, “la mafia c’è e la combatti osando e lavorando secondo le regole: niente lavoro nero ad esempio.” Si è parlato persino delle organizzazioni antiracket e, alla fine, si è deciso di destinare alla associazione per la ricerca sulla sclerosi multipla il ricavato del mercatino conclusivo.

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