Nell’ottobre del 2009, con uno sgombero particolarmente violento, dopo 17 anni, le forze dell’ordine mettevano la parola fine all’esperienza del Centro Popolare Occupato Experia di via Plebiscito. Un’esperienza che, nel corso del tempo, aveva garantito a tutti gli abitanti, in un quartiere che non offre occasioni  di aggregazione, reali opportunità sociali e culturali. Un impegno che, spesso, aveva saputo proporre importanti appuntamenti di riflessione e organizzazione all’intera Città.

La chiusura della sede di via Plebiscito non ha, però, determinato la fine delle attività dell’Experia. In primo luogo perché la diffusa solidarietà si è immediatamente concretizzata in una miriade di iniziative, comprese quelle riservate ai bambini, svolte nello spiazzo antistante la vecchia sede.

Poi perché, con giusta determinazione, sono stati simbolicamente occupati altri spazi del quartiere abbandonati e inutilizzati che, se gestiti, potrebbero rappresentare risorse importanti. Infine, perché è iniziata, da qualche mese, l’occupazione della palestra di via Verginelle (storico luogo sportivo catanese, negli ultimi anni dedicato alla ginnastica) collocato a poche centinaia di metri da via Plebiscito. Una palestra apparentemente in  condizioni accettabili, ma negata all’uso del pubblico, sembra, per motivi di sicurezza, sui quali ci piacerebbe conoscere la relativa documentazione.  In questi  nuovi locali, ampi e articolati, è ripreso il ‘normale lavoro di quartiere e di aggregazione’ del Centro Popolare Occupato Experia. Ne parliamo con Luigi Marino, impegnato in via Plebiscito, in prima linea in via Verginelle.

D. Dopo lo sgombero violento dell’ottobre 2009 c’è stata una diffusa solidarietà verso il CPO Experia, soggetti molto diversi fra loro si sono ritrovati al vostro fianco, come valuti quella mobilitazione?

R. Ovviamente la valutazione è positiva. A mio parere tanta solidarietà è stata determinata sia dal lavoro politico e sociale svolto in città dal CPO Experia per 17 anni, sia da un’ indignazione sociale diffusa verso ciò che anni di politica di destra in questa città e nel paese hanno prodotto. Se si tiene conto del fatto che Catania vive ormai da più di 10 anni in una situazione di desertificazione culturale, che il ceto politico istituzionale ha riprodotto una crisi sociale che già negli anni scorsi in città ha portato a tante mobilitazioni su tematiche diverse, possiamo tranquillamente affermare che abbiamo anticipato in città di un paio di anni quello che nei mesi scorsi abbiamo visto nel resto del Paese.

D. Al di là della solidarietà, cosa vi ha permesso, pur essendo stati buttati fuori dalla vostra sede storica, di proseguire nel vostro progetto?

R. Il nostro lavoro è proseguito semplicemente spinto dalla nostra progettualità politica che anche senza un posto fisico non poteva e non doveva fermarsi, ma soprattutto perché lo sgombero è stato un atto politico ben chiaro voluto da un’area politica catanese precisa (quella di AN). Tale gesto richiedeva una forte risposta politica e mi sembra che questo è stato recepito da tutta la Città.

D. La nuova occupazione che vi vede oggi protagonisti, quella della palestra di via Verginelle, presenta elementi di novità rispetto al passato?

R. L’unico elemento di novità è la partecipazione allargata e spontanea al comitato di gestione da parte di molti singoli e molti studenti universitari, che nei mesi scorsi hanno sostenuto le iniziative contro lo sgombero del CPO. Per il resto in questi primi mesi di occupazione aver rimesso in funzione la palestra abbandonata dal Comune ci ha permesso di riorganizzare alcune attività, come il doposcuola e la palestra popolare, che lo sgombero aveva interrotto.

D. Come vengono utilizzati i locali attualmente occupati, c’è una programmazione delle iniziative?

R. Le attività sociali e di aggregazione per il momento sono, appunto, quelle che si svolgevano in via Plebiscito 782. Stiamo “lavorando” per riformulare una proposta politica, sociale e di solidarietà popolare in questa città, per costruire un’ulteriore risposta a questi “nuovi fascisti in doppio petto” che governano il nostro territorio, ma soprattutto per far riemergere la nostra idea di città.

D. Tanti luoghi sgomberati, spesso in nome delle norme sulla sicurezza, rimangono inesorabilmente chiusi e abbandonati al degrado, al di là della rabbia che si prova, potrebbe, questo, essere un tema che unisce chi ha un’altra idea di città?

R. Sicuramente la questione ‘degrado, abbandono e relativi progetti di speculazione’ può e deve essere un tema che unisce, perché su questi contenuti si gioca lo sviluppo complessivo della città, i cui effetti ricadranno su tutti i cittadini. Sono in gioco nuovi interessi e soprattutto nuovi flussi finanziari che rischiano di finire nelle tasche dei pochi soliti gruppi. A differenza degli anni ’80, però, i nuovi cavalieri del lavoro di Catania vivono nell’ombra dei gruppi politici, dei finanziamenti europei e del mercato finanziario. Riuscire a ribaltare il concetto di immobilità sociale con cui hanno gestito la città, e, al contrario, sostenere gli interessi della collettività penso possa essere un grande gesto “rivoluzionario”. Resistere, far emergere in termini pratici il nostro punto di vista è una questione fondamentale se vogliamo costruire qualcosa di nuovo.

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