Il 21 luglio il Senato accademico dell’Università di Catania, con ventuno voti favorevoli, cinque contrari e due astensioni, ha deliberato l’adozione del nuovo Statuto d’Ateneo. Argo ha chiesto al Coordinamento Unico d’Ateneo una prima riflessione sugli effetti di tale cambiamento.

Lo statuto dell’Ateneo di Catania è uno tra i più dirigisti e autoritari tra quelli approvati dagli atenei italiani nella fase di applicazione della legge Gelmini (L. 240/2010).

La legge Gelmini – piuttosto che riformare e semplificare l’organizzazione dell’università, il diritto allo studio, il sistema feudale della docenza – si è concentrata sulla cosiddetta “governance”, ovvero il “sistema di gestione e controllo delle decisioni”, accentrandolo nelle mani di pochi professori ordinari e di un super-rettore.

Lo statuto catanese interpreta in modo “fedelissimo” tale spirito della legge e presenta dunque criticità di non poco momento e risvolti che pregiudicheranno pesantemente la vita dell’università di Catania nei prossimi anni.

Facciamo solo pochi esempi, che ci paiono di particolare gravità:

Per primo, la composizione del Consiglio di Amministrazione, che assume secondo la legge ogni potere gestionale e decisionale, in barba alle esigenze di democrazia della “universitas studiorum”.

Il CDA (in tutto undici elementi, rettore compreso) viene nominato interamente e quasi del tutto discrezionalmente dal rettore (art. 8). Il rettore nomina infatti i tre “membri esterni” del Consiglio senza alcuna consultazione preventiva, di natura vincolante, con la comunità accademica di cui egli è parte e senza il vincolo di elementari criteri ex-ante che sanciscano naturali regimi di incompatibilità dei componenti stessi (appartenenza negli ultimi anni a ruoli politici o sindacali, conflitti di interesse economico, condanne per reati contro la pubblica amministrazione o contro la pubblica fede …).

Appare fondato il timore che senza tali criteri “filtrino” nell’università manager o pseudo-manager – magari ex-politici o amici stretti di politici, inquisiti o magari condannati – indicati dalle segreterie politiche più o meno vicine ad un rettore il quale, come è noto, è stato fino a poche settimane fa personalmente impegnato in politica.

I tre membri esterni, tra l’altro, saranno semplicemente sottoposti al “voto di gradimento”, ex-post, di un Senato Accademico del tutto impotente.

Pare altrettanto grave che i cinque docenti interni chiamati a ricoprire la carica di consiglieri del CDA vengano anch’essi di fatto nominati dal rettore, in quanto scelti in una rosa tanto ampia (un componente indicato da ogni dipartimento tra le proprie fila) da assicurare un eccesso di discrezionalità.

L’unico reale antidoto a fenomeni di politicizzazione e dirigismo sfrenato, come indicato dal Coordinamento Unico dei ricercatori, dei docenti, dei precari e degli studenti dell’ateneo di Catania (CUDA), è una reale consultazione dei corpi elettorali, che si è non a caso volutamente evitata.

Inoltre, ci pare grave che un rettore eletto con le vecchie norme nomini un CDA con poteri nuovi e del tutto inediti. E’ grave perché tale rettore non è stato eletto a questo fine e non ha ricevuto dall’elettorato tale mandato.E’ grave, infine, perché il CDA nominato opererà, con gli ampi poteri che la legge gli ascrive, anche quando entrerà in vigore il mandato di un nuovo rettore. Insomma, Recca resterà rettore-ombra, con questo statuto, fino al 2016.

E infine grave che il Senato Accademico (art. 7, c. 2) non rappresenti adeguatamente tutte le componenti della comunità accademica, innanzitutto escludendo dalla rappresentanza i precari della ricerca e della docenza che costituiscono un asse fondamentale, in molti casi, delle strutture di ricerca come della stessa offerta formativa. Inutile dire che, anche all’interno del corpo docente, non viene minimamente garantita un’equilibrata rappresentanza delle tre fasce (ordinari, associati, ricercatori) sancendo così un’evidente sbilanciamento a favore dei professori ordinari.

In una università in cui precari e ricercatori costituiscono una componente funzionale centrale, nonché il futuro generazionale della comunità del sapere, tali scelte – fra le altre – rappresentano un tuffo deciso e pericoloso nel passato.

Coordinamento Unico dei ricercatori, dei docenti, dei precari e degli studenti dell’ateneo di Catania (CUDA)

 

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