Se ne fa appena un cenno nel Piano Sanitario Regionale attualmente in discussione. Eppure quello delle malattie infettive croniche non è un problema di poco conto. Tanto più se si parla di infezioni a trasmissione sessuale, AIDS innanzi tutto, ma non solo. Su questi temi infatti il Piano si rivela molto carente e inadeguato, anche rispetto alle indicazioni che provengono da molti settori della Sanità nazionale ed internazionale.

Test and Treat sono le parole d’ordine che si fanno strada in ambito sanitario per continuare a contrastare la diffusione dell’AIDS e delle altre malattie a trasmissione sessuale che stanno tornando alla ribalta

Testare, quindi, e sottoporre a trattamento antivirale tutti coloro che sono affetti da infezione da HIV. Il trattamento non è infatti solo una forma di cura, ma anche di prevenzione. Le persone in trattamento bloccano la replicazione del virus, azzerano la carica virale e perdono il potere di infettare.

La questione interessa anche le coppie discordanti, vale a dire le coppie in cui solo uno dei due partner è infetto. Il rischio di trasmissione viene fortemente ridotto se la persona infetta viene messa in trattamento. Capita spesso però che chi ha contratto l’infezione ed è sieropositivo non conosca la propria situazione.

Il problema diventa allora quello di poter accedere con facilità al test che permette di individuare il contagio da HIV. Non sempre questa accessibilità viene garantita. Luciano Nigro, presidente della LILA Catania e docente di malattie infettive all’Università di Catania, al Convegno sul Piano Sanitario Regionale organizzato a dicembre, presso la Facoltà di Scienze Politiche, ha parlato di una sua personale esperienza.

Quattro mesi di lavoro da volontario al carcere di Catania, hanno permesso a lui e ad altri operatori volontari della LILA (Lega Italiana della Lotta contro l’AIDS) di contattare le persone che, prima di essere arrestate, avevano fatto uso di sostanze stupefacenti, soprattutto eroina, per via endovena. Per queste persone è stato richiesto il test HIV, ma nei quattro mesi non è stato possibile ottenere il risultato. Un esempio di accesso negato o ritardato.

Eppure molte sono le persone che finiscono in carcere proprio perché fanno o hanno fatto uso di sostanze. Soprattutto in passato, quando la droga più diffusa era l’eroina e il metodo per assumerla era prevalentemente per via endovena, queste persone erano fortemente a rischio di contrarre le infezioni a via di trasmissione ematica come l’infezione da HIV o l’epatite C.

La difficoltà di accesso al test non riguarda solo le persone in carcere. Chi fa uso di sostanze ha la possibilità di accedere ai SERT (servizi per le tossicodipendenze), che negli anni ’80 facevano parte delle aziende ospedaliere e avevano personale medico e infermieristico in grado di offrire ed eseguire il test.

Oggi i SERT fanno parte delle aziende territoriali e non hanno più infermieri, Se qualcuno ha problematiche acute di uso di sostanze, può avere dal medico solo la prescrizione del test, che poi deve fare altrove, e successivamente tornare per ritirare il risultato. Questa trafila costituisce di fatto una forma di barriera che ostacola l’accesso al test.

Sembra quasi che si stia accantonando tutta una serie di forme di intervento che hanno avuto diffusione e successo negli anni ’90. Innanzi tutto la diffusione della cultura della prevenzione.

Le persone che usavano sostanze stupefacenti hanno imparato in quegli anni a tutelarsi. Sono state informate del rischio legato all’uso di siringhe non sterili, già utilizzate, e al rischio di usare siringhe in comune. Hanno avuto la possibilità di usare le macchinette scambia siringhe (presenti e funzionanti negli anni ’90 a Catania, grazie ad un finanziamento del Comune). Sono state indotte a preferire modalità meno pericolose di assunzione della droga, hanno avuto accesso alla terapia sostitutiva con il metadone, e così via.

I risultati di queste politiche di prevenzione sono stati evidenti. Negli anni ’80 c’erano dati allarmanti sulla diffusione dell’infezione da HIV fra le persone che facevano uso di sostanze. A Catania si registrava una prevalenza del 40% (nelle grandi città come Milano, Bologna, Roma si parlava del 90%). Alla fine degli anni ’90, dopo la stagione dei programmi di prevenzione, si registrava un notevole abbassamento della prevalenza (8% a Catania, 40% nelle grandi città, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità)

Nel conseguimento di questi risultati hanno giocato un ruolo importante le strategie per la riduzione del danno (strategie di prevenzione) non osteggiate e parzialmente sostenute dai governi nazionali e locali di quegli anni. Le Associazioni di volontariato, la Lila soprattutto, di queste strategie sono state paladine (unità di strada, macchinette scambia siringhe, ambulatori a bassa soglia, etc,).

Oggi in occidente la tipologia di droghe assunte e la stessa modalità di assunzione è cambiata, non a caso i paesi in cui si diffonde l’AIDS sono ora quelli dell’oriente asiatico ed europeo. Tuttavia le unità di strada potrebbero ugualmente essere utili per contrastare i nuovi consumi (nuove droghe, cocaina, etc.) e per comprendere le nuove modalità di assunzione delle sostanze..

Potrebbero stazionare davanti alle discoteche di notte, davanti ai luoghi di aggregazione giovanile, davanti alle scuole per fare innanzitutto informazione corretta e per continuare ad essere ponte fra la strada e i servizi socio-sanitari del territorio.

Eppure questi progetti, anche se si sono dimostrati scientificamente validi, non sono stati più finanziati né fatti propri dal servizio pubblico perché la strategia della riduzione del danno è stata abbandonata in quanto ritenuta, dagli attuali governanti, su base emotiva e per convinzioni proibizioniste, inutile e dannosa, con la conseguente perdita di tutto un patrimonio di esperienze e di successi. Non a caso e di conseguenza nel Piano Sanitario Regionale di riduzione del danno non si parla affatto.

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