Si è tornati a parlare di Farmacia, la facoltà dei veleni, venerdì sera alla scalinata Alessi, nel cuore del centro storico di Catania, durante la Liberafesta organizzata da Rifondazione.

Se ne è tornato a parlare per non dimenticare e anche perchè siamo alla vigilia dell’udienza (21 settembre) in cui il giudice per le indagini preliminari dovrà sciogliere la sua riserva e stabilire chi potrà costituirsi parte civile. Altre decisioni importanti dovranno essere prese. Oltre al procedimento in corso per disastro ambientale, è stato infatti chiesto un incidente probatorio per un secondo procedimento in cui si ipotizza il reato di omicidio colposo. Toccherà ai giudici valutare, caso per caso, il nesso di causalità tra le patologie riscontrate o le morti intervenute tra i frequentatori del laboratorio e la situazione altamente inquinante del laboratorio stesso.

L’avvocato Terranova, che fa parte del collegio di difesa delle vittime, in apertura ha dichiarato di non volersi fermare. L’accusa potrebbe diventare, a suo parere, quella di omicidio volontario, aggravato dalla previsione dell’evento, come è accaduto nel caso della ThissenKroup.

Che la situazione di carenza e l’esistenza di gravi problemi nel laboratorio fosse ben nota a tutti i livelli, sicuramente prima del 2001, è dimostrato dal fatto che che era stato dato ad una società esterna di Milano l’incarico di rilevarne lo stato di contaminazione. L’ indagine tecnica, corredata da indicazioni sugli interventi necessari, è di fatto caduta nel nulla e ne è stata data notizia solo il 30 nov 2008.

Sono almeno tre i giovani ricercatori del laboratorio di Farmacia morti per patologie neoplasiche, ma si parla di otto morti sospette e di altri soggetti affetti da patologie riconducibili al contatto con le sostanze pericolose maneggiate in quel laboratorio. Tra questi Lucio Lanza, ex ricercatore presente all’incontro, affetto da una particolare forma di leucemia che colpisce soprattutto chi è esposto a solventi aromatici come il benzolo e lo costringe a sottoporsi a continui controlli, dopo aver fatto anche un ciclo di chemioterapia che spera di non ripetere.

Sebbene sia chiaro che ci sono gravi responsabilità nella gestione di quel laboratorio, non sarà tuttavia facile per i magistrati individuare la responsabilità di ogni singolo imputato, soprattutto in una situazione in cui i ruoli e le funzioni non sono sempre ben precisate dal mansionario. Proprio questo sarà, a parere dell’avv. Iannello della CGIL, uno dei passaggi più delicati del processo.

Il paradosso è che l’Università, i cui vertici degli anni 2004-2007 sono sotto accusa, si sia presentata come “parte offesa”. Come può essere insieme accusata e vittima? Dal punto di vista legale, può esserlo, dicono gli avvocati, perchè il reato è legato a responsabilità personali.

L’Università avrebbe persino potuto presentarsi come parte civile. Se non lo ha fatto, è solo perché ha scelto di tenere un profilo basso. Il rettore di allora, Ferdinando Latteri è deceduto e sarà quindi prosciolto, come previsto dalla legge. Non vorremmo che fossero scaricate su di lui la maggior parte delle responsabilità, scagionando così gli altri imputati.

Ma la questione grave è anche un’altra. In quel laboratorio si lavorava in condizioni che non erano solo di pericolo, erano condizioni illegali: sono state ignorate e violate non solo le norme più recenti, ma anche le più elementari e cogenti, in vigore da oltre mezzo secolo, come quelle contenute nel DPR 303/1956, Norme generali per l’igiene del lavoro.

Si operava in assenza di ventilazione adeguata, con reagenti e sostanze volatili custodite in armadi senza aspiratori ed in recipienti aperti, condizioni che determinavano la saturazione dell’ambiente con vapori cancerogeni e concentrazioni verosimilmente superiori di centinaia di volte a quelle ammissibili. Tutte condizioni descritte nel memoriale di Emanuele Patanè e perfettamente riproducibili.

Se nessun controllo interno aveva indotto a mutare le condizioni di quel laboratorio, perchè non è stato chiesto l’intervento di controllori esterni? Eppure, come ha ricordato qualcuno dal pubblico, esiste un ente preposto a questi controlli, l’Ispettorato del lavoro.

Costretto a venire allo scoperto, il professor Bousquet, direttore del dipartimento farmaceutico dal 1999 al 2002, ha dichiarato di avere fatto ben 52 segnalazioni che non hanno avuto seguito. L’Università, come ha dovuto ammettere, è un luogo “protetto”dai controlli esterni. Ma anche le sue segnalazioni al rettore e il suo tentativo di raccogliere in un documento le indicazioni di malesseri segnalati dai lavoratori del laboratorio sono state bloccate, e non solo dall’alto, ma anche dal basso, da chi aveva denunciato il malessere e successivamente lo ha minacciato di denuncia.

Nella struttura piramidale dell’università, in cui ogni mattone è ricattabile dal mattone sovrastante, nessuno ha il coraggio di parlare. Si teme di non poter pubblicare, di non poter fare carriera. E si diventa di fatto complici.

Complicità e connivenza – perchè di questo si tratta nel caso di un Ispettorato che non procede ai controlli a cui è deputato – hanno contribuito ad uccidere non meno delle sostanze cancerogene adoperate negli esperimenti.

Occuparsi del problema delle fognature e risolverlo è importante. Lo hanno segnalato Centineo e Leonardi, entrambi della CGIL, ma l’attenzione ai problemi strutturali non deve far trascurare le responsabilità soggettive. Non vorremmo accontentarci della pubblicazione degli atti processuali, che ci è stata promessa venerdì sera. Vorremmo che la giustizia facesse seriamente il suo corso.

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