Le immagini si sovrappongono speculari, opposte l’una all’altra: i turisti che si tuffano in mare al ritmo di Maracaibo e i migranti che si gettano tra i flutti, rischiando di morire pur di raggiungere la costa. Non poteva non essere premiato (ha ricevuto il Leone speciale della Giuria e il premio Pasinetti del Sindacato giornalisti cinematografici) Terraferma, ultimo film di Crialese, presentato a Venezia, applaudito di recente anche al festival di Toronto e inserito nella rosa di film all’interno della quale sarà scelto quello chiamato a rappresentare l’Italia per gli Oscar.

Duro e vero come la vita. Affascinante come l’isola e il suo mare. Già il mare. E’ elemento centrale in tutti i film di Crialese: nel poetico Respiro, nell’onirico Nuovomondo e in quest’ultimo, Terraferma. Nessuna retorica, nessun compiacimento in questa definizione del mare, mutevole e cangiante, che separa e unisce: l’isola e la terraferma, gli isolani e i migranti, i locali e i ricchi turisti.

Il film narra di una famiglia di pescatori. Il nonno Ernesto, fiero del suo lavoro, che si rifiuta di rottamare la barca anche se il mestiere non rende più ( gli presta il volto Mimmo Cuticchio che abbiamo già amato come puparo e cuntista). Suo figlio Nino (il sempre bravissimo Beppe Fiorello) ha smesso invece, di pescare, si è riciclato e fa soldi accogliendo i turisti sul suo peschereccio. Giulietta, vedova dell’altro figlio morto in mare, (una stupenda Donatella Finocchiaro che fa venire alla mente la possente maschera tragica di una Irene Papas) vuole un futuro diverso per sè e per suo figlio Filippo. Quest’ultimo (il giovane Filippo Pucillo, quasi una trasposizione al maschile e in chiave marinara della Gelsomina de La strada) è ingenuamente dilaniato tra i valori tradizionali del nonno e lo spregiudicato pragmatismo dello zio.

Terraferma è il film degli opposti e delle analogie. L’isola e il mare; l’isola e il continente. Terraferma non solo come continente ma anche come isola nell’accezione di luogo ancorato a valori antichi. E poi ci sono due donne, una bianca e una nera, di due diversi sud del mondo, tutte e due povere, tutte e due con il desiderio di una vita migliore per i loro figli; con il desiderio di scappare dalla marginalità e dalla miseria. Ci sono due leggi, quella punitiva e inflessibile dello Stato italiano che impone il sequestro dei pescherecci quando accolgono quei corpi in fuga; quella del mare e del cuore che impone il salvataggio della gente tra i flutti, l’accoglienza e la solidarietà. Che siano naufraghi, migranti, clandestini, sono sempre fratelli.

Un film buonista, un po’ manicheo, politically correct? Forse. Poco importa. Se tesi c’è non appare come lezioncina ed è ben nascosta sotto un ottimo cinema. Ha sbagliato chi ha sostenuto che il premio a Terraferma sia stato dettato dalla volontà di non lasciare indietro il cinema italiano rispetto a quello internazionale. “Gli italiani sono troppo masochisti e complottisti – ha commentato Crialese – Certe insinuazioni sul mio premio, in un palmares come quello che ha dichiaratamente privilegiato film con tematiche sociali e l’arte dell’immagine, mi fanno venire voglia di emigrare. Possibile che in questo Paese si cerchi sempre il complotto? Come si trova così l’entusiasmo per andare avanti? Come si fa a pensare che un regista come Aronofsky si faccia corrompere!”. E per chi ha ancora dubbi su Terraferma, un consiglio: “Vada a vederlo”

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