Amnesty, 50 anni e non li dimostra. Per l’entusiasmo dei suoi volontari, la voglia di non mollare dei suoi studiosi, la caparbietà dei suoi ricercatori. L’ultimo rapporto annuale, del 2011, a cinquant’anni dalla fondazione dell’Associazione, è stato presentato nella libreria Feltrinelli di Catania dal gruppo Italia 72. Il rapporto, omaggio alle comunità più colpite e agli attivisti che rischiano la vita, è una istantanea delle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo. “Questo rapporto – dice nel presentarlo Andrea Cuscona, responsabile del gruppo Italia 72 – è dedicato al loro coraggio”.

Solo alcuni dati. Amnesty ha documentato casi di tortura e maltrattamenti in 98 paesi. I due terzi della popolazione mondiale non ha accesso alla giustizia a causa di sistemi giudiziari corrotti, assenti o discriminatori. Amnesty ha indagato processi iniqui in 54 paesi; si è occupata di limitazioni illegali della libertà d’espressione in 89 paesi; ha richiesto il rilascio di prigionieri di coscienza in 48 paesi . Nel 2010 sono state emesse condanne a morte in 67 paesi (Si distinguono in tal senso Stati uniti, Iran e Cina) e sono state eseguite esecuzioni capitali in 23 paesi. “I due terzi dei paesi del mondo sono abolizionisti – dice Cuscona – resta da convincere il restante terzo”.

Se in alcuni paesi, Tunisia o Egitto, c’è stata la rivoluzione dei gelsomini, altri governi repressivi in Siria, Yemen e Bahrein resistono mentre in Azerbaigian, Cina e Iran si tenta di impedire la nascita di rivoluzioni del genere. Anche l’Italia non brilla per rispetto dei diritti umani, come denuncia anche l’Alto commissariato per le Nazioni unite per i diritti umani. Per il trattamento dei Rom che pur essendo cittadini italiani non hanno diritti, scuole, case, assistenza sanitaria, lavoro. Per i respingimenti dei migranti intercettati e rispediti in Libia o in altri paesi dove rischiano la vita; per le discriminazioni nei confronti di omosessuali, lesbiche, transgender; per le morti in carcere, per le torture e i maltrattamenti (vedi G8 di Genova).

Ma ci sono anche successi. Uno per tutti: la liberazione del Nobel per la pace Aung San Su Kyi. Interviene la scrittrice Elvira Seminara: “Amnesty è in grado di cambiare l’umanità ma anche noi. E’ entrata nelle nostre coscienze e ci ha insegnato che possiamo fare qualcosa”. “Non basta per difendere la vita – aggiunge – contrastare la pena di morte, occorre eliminare la pena di vita, essere contro la pena di vita, contro la vita come sofferenza. Pena di vita è vivere in condizioni subumane, in miseria o non potendo esprimere la propria opinione. Ed è quello che Amnesty vuole combattere”.

Simonetta Cormaci, viceresponsabile del Gruppo Italia 72, parla dell’ultima campagna di Amnesty, “Io pretendo dignità”, diritti umani uguale meno povertà per i diseredati del mondo. Termina con la massima di un filosofo cinese: “Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”. E di candele Amnesty ne accende davvero tante, ogni giorno , in tutto il mondo.

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