foto Danila D'Amico su fb

Lampedusa ancora una volta al centro della cronaca: alle proteste dei migranti, che fuggiti da guerre e miseria, contestavano il trattamento loro riservato dal nostro stato democratico (peraltro analogo a quello degli altri “Paesi sviluppati” europei) si è risposto con le cariche della polizia, creando un clima che ha ulteriormente stressato la popolazione locale, esasperata da un’emergenza che dura da troppo tempo.

Le parole e le invettive degli abitanti di Lampedusa riportate da Alessio Genovese, fotografo e reporter presente sull’isola, descrivono con chiarezza la drammaticità di ciò che è accaduto: “Lampedusa non vi vuole, andate via bestie” gridavano ai migranti impauriti e non sono mancati  toni pesanti anche nei confronti delle forze dell’ordine, “se voi non siete in grado di cacciarli ci pensiamo noi”.

Ad aumentare la tensione ci ha pensato il sindaco, Dino De Rubeis, che ha pubblicamente dichiarato che a Lampedusa c’è la guerra affermando che i lampedusani avrebbero saputo risolvere il problema e difendere l’isola. Lampedusa per loro era sotto attacco dei tunisini. Erano loro il nemico a cui fare la guerra non la politica del governo.

Antonello Mangano, su Terre Libere, parla di un “disastro preparato con accanimento” con interventi che contrastano con le leggi emanate dallo stesso governo. Nei centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA), confusi spesso con i CIE, i migranti dovrebbero restare al massimo 48 ore e una detenzione superiore dovrebbe essere motivata da un giudice. In verità vengono trattenuti per settimane e il loro numero supera di molto la capienza prevista.

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Poco si è saputo degli accordi tra Maroni e la Tunisia in occasione della recente visita del ministro a Tunisi. Non si sa quindi il motivo per cui i rimpatri vengano organizzati con tempistica sempre diversa e anche con diverse modalità. Le tre navi (Vincent, Audacia e Moby Fantasy) su cui sono stati caricati i “ribelli” sono rimaste, ad esempio, per diversi giorni nel porto di Palermo, suscitando anche un intervento di Laura Boldrini dell’Unhcr, preoccupata della difficoltà di garantire adeguata “accoglienza” e i servizi minimi “per un così alto numero di persone”. Viene da lei auspicato anche l’accesso sulle navi a personale sanitario e mediatori culturali.

In assenza di “operatori competenti” (Boldrini), nessuno può vedere nè verificare le condizioni in cui sono tenute queste persone, “criminalizzate -come denuncia il movimento antirazzista palermitano- per il solo fatto di non avere con sé un documento alla frontiera, sono “eroi della rivoluzione dei gelsomini” finché restano oltremare, clandestini se scappano in Italia, tacciati di essere delinquenti se qualcuno di loro osa ribellarsi alle condizioni inumane in cui vengono trattenuti”.

Anche in questo caso è stata creata una situazione potenzialemnte esplosiva (per mantenere l’ordine sono stati impegnati 500 agenti per 700 migranti) e si è confermata la mancanza di un piano serio e articolato per affrontare e gestire il previsto arrivo dei migranti.

Se Lampedusa sembra, momentaneamente, “tranquilla”, a pochi chilometri da Catania, a Mineo, prosegue la contraddittoria vita del CARA. Dei problemi tuttora presenti in questa mega struttura parliamo con Barbara Crivelli e Alfonso Distefano della Rete Antirazzista Catanese.

Anche nel mese di agosto è proseguito il vostro impegno a Mineo, quali le iniziative più significative?
Il mese di agosto è stato particolarmente difficile; la protesta del 27 luglio ha avuto conseguenze pesanti sulle condizioni di vita dei migranti. Infatti a partire dall’otto agosto è iniziato il trasferimento di alcune centinaia di richiedenti asilo (i dati sono discordanti, 300-500), destinazione Roma, Trapani, Caltanissetta. Il trasferimento è avvenuto in modo indolore perché ai migranti è stato detto che venivano condotti in centri dove le condizioni di vita erano migliori. Si è trattato in realtà dell’allontanamento di coloro che avevano avuto una parte attiva nella protesta di luglio. Oltre a questa misura è stata anche adottata quella della restrizione della libertà personale, anche all’interno del campo. In tanti ci hanno infatti raccontato che non tutti avevano il permesso di lasciare la loro abitazione. Il caldo, il digiuno del Ramadan, le tensioni fra le diverse comunità, la sospensione dei lavori della commissione (che esamina le pratiche dei richiedenti asilo, n.d.r.) hanno fatto il resto. In questo clima di depressione le nostre visite al campo hanno avuto principalmente lo scopo di veicolare le ragioni della protesta (diffondendo il comunicato della comunità nigeriana), soprattutto quando, dopo analoghe rivolte in altri Cara, i media hanno tentato di mettere in piedi la teoria di una strategia della tensione (organizzata dall’esterno).

Il CARA di Mineo sembra avviarsi verso una nuova gestione, quali le tappe di questo processo, quali le contraddizioni più evidenti?
Nonostante Sisifo si sia aggiudicata la gestione del campo, il Cara viene gestito a tutt’oggi dalla Croce Rossa. Le ragioni non sono chiare e non si comprende ancora il progetto del nuovo ente gestore, che a giorni dovrebbe subentrare. Quello che è certo è che Mineo, una struttura nata nell’emergenza, si avvia a diventare stabile, pericolosamente legata agli interessi economici del territorio, con un ruolo attivo anche delle cooperative locali Sol. Calatino. L’accoglienza dei migranti non è mai stata, né a questo punto può diventare, il fulcro di questo progetto. La sola soluzione è la chiusura , a vantaggio di forme di accoglienza più umane, decentrate nei comuni limitrofi (modello Riace), capaci anche di innescare percorsi virtuosi per il territorio e la sua economia.

Ci sono novità rispetto ai permessi di soggiorno?
Purtroppo non sono pochi i migranti, che non avendo mai ricevuto il contributo di 5 euro ogni 2 giorni , vivono nella totale indigenza e, nonostante abbiamo avuto il parere positivo della commissione, non riescono a pagarsi il famigerato permesso di soggiorno.

E’ cambiata la situazione per i migranti presenti all’interno del CARA?
Sostanzialmente no, tranne per quanto riguarda l’attivazione del bus navetta della ditta Simili, che da settimane trasporta i migranti gratis a Mineo (prima si pagavano 2 euro A/R). Peccato che effettui una sola corsa (50 posti per 1800 potenziali passeggeri) la mattina con ritorno da Mineo alle 12, per tutti gli altri non rimane che camminare per 22 km.

Quali i vostri impegni futuri?
Continueremo le nostre iniziative periodiche di sportello legale (ogni settimana), di assistenza medica (grazie ai medici della LILA), di distribuzione di dizionari e manuali di conversazione e di incontri interetnici all’esterno del campo, all’interno della campagna nazionale per la chiusura del megaCara di Mineo, punto all’ordine del giorno della prossima assemblea nazionale delle reti migranti ed antirazziste, che si terrà a Roma il prossimo primo ottobre.

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